Il valore dei sentimenti e il senso di comunità nell’opera prima di Giuseppe Corrado

Recensire un libro di poesie è sempre un lavoro complicato, quando il volume in questione è un’opera prima la lettura, verso dopo verso, ci proietta nella conoscenza dei sentimenti dell’autore, alla scoperta del suo Io e di ciò che ritiene vitale e profondo, delle sue lotte e delle sue paure (perché chi vi dice che non ne ha mai avute mente, in primis a se stesso).

Ritrovarsi tra le mani “Come un ulivo tra le macerie” di Giuseppe Corrado consente di effettuare un viaggio dettato dalla scelta, oggi in controtendenza, di utilizzare una forma letteraria per i più caduta in disuso, simbolo di un tempo che non c’è o che vorrebbero non ci fosse più e che, invece, a settecento anni dalla morte di Dante Alighieri è giusto riscoprire.

Se un altro genio come Hugo Pratt ebbe a dire «nella letteratura quello che mi tocca maggiormente è la poesia, perché la poesia è sintetica e procede per immagini. Quando leggo, vedo le immagini, le percepisco a livello epidermico», allo stesso modo è dovere del lettore immergersi nel libro edito da Robin edizioni attraverso una proiezione astrale dei vocaboli utilizzati.

Corrado individua in maniera inequivocabile i mostri che deturpano il senso di comunità al quale si sente legato e che nella modernità sembra svanire ogni giorno un pezzetto alla volta per via di un’omologazione dettata dal pensiero unico e allora, penna alla mano, combatte con i propri mezzi ridando slancio e vigore ai sentimenti d’amore, di fratellanza, ai legami che nemmeno una perdita precoce può scindere seguendo una massima di un altro volto della poesia novecentesca, quell’Ezra Pound (nella foto in basso) che così recita nel Canto LXXXI della raccolta pisana:

Quello che veramente ami rimane,
il resto è scorie
Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredità

In definitiva un uomo in piedi tra le rovine o forse, semplicemente, un ulivo tra le macerie.

Luca Lezzi

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