L’estetica della morte nella parabola di arte e vita di Mishima

Un testo agile, chiaro e di facile lettura non solo per gli appassionati della vita e dell’opera di uno dei più grandi scrittori del Sol Levante, ma anche per i semplici curiosi che vogliono comprenderne la parabola artistica ed esistenziale. Parliamo di Mishima Yukio, o l’estetica della morte di Daniela Errico, pubblicato nel 2020 nella collana Orientalia della casa editrice Il Cerchio.

La giovane autrice, studiosa di lingue e culture orientali ed appassionata in particolare di Giappone (Paese del quale, nel corso degli anni, ha approfondito la cultura e i valori che ne hanno connotato la storia, in particolare attraverso opere legate all’etica dei samurai), accompagna il lettore in un percorso dettagliato che, attraverso l’analisi anche contenutistica delle opere di Kimitake Hiraoke (questo il vero nome di Mishima), consente di comprendere il suo rapporto in particolare con l’idea della morte, intesa in stretta relazione con la vita e i valori tradizionali del Sol Levante.

Il testo, infatti, come significativamente illustrato nella quarta di copertina, “nasce nel tentativo di comprendere le dinamiche che hanno spinto il celebre scrittore a mettere in atto nel 1970 l’antico rituale del seppuku, il suicidio dei samurai”, compiuto con lo scopo dichiarato di indurre le Forze di Autodifesa nipponiche a sollevarsi in difesa dei perduti valori tradizionali del Paese.

Un episodio, questo del seppuku di Mishima, che esplose come una bomba nella più o meno ritrovata serenità del Sol Levante postbellico e che, anche a distanza di tanti anni, ha ancora molto da dire. E non solo quanto alle azioni che lo costituiscono, ma anche e forse soprattutto a proposito delle motivazioni di Mishima e della maturazione, anche letteraria, delle stesse.

In gran parte della produzione dell’autore – sottolinea Errico – emerge un forte legame con il concetto di morte, plasmato nel proprio gusto estetico e reso il punto cardine della propria vita”. Un legame che in Mishima Yukio, o l’estetica della morte viene illustrato con riferimento all’esperienza del genio nipponico, la cui evoluzione sia personale sia artistica viene seguita dall’autrice con attenzione e appassionato interesse.

Ecco allora che pagina dopo pagina Errico racconta dell’infanzia di Mishima, dei suoi esordi letterari e delle correnti artistiche che ne influenzarono l’opera, della fondamentale esperienza del vuoto (inteso non in senso negativo come assenza ma come origine e motore dell’azione), della crescente importanza del corpo come elemento essenziale nella percezione della realtà, dei temi della bellezza e della distruzione, della ricerca della verità e della tensione verso l’ignoto, di elementi cardine della sua parabola esistenziale come la giovinezza e la gloria. E ancora: dell’apprezzamento più che sentito di Mishima per l’Hagakure, del dualismo tra la Via della penna e quella della Spada (ovvero la dicotomia tra intelletto e azione, tra spirito e corpo, che il genio nipponico ha inteso per tutta la vita comporre), dell’identità di Mishima, condensata in Sole e acciaio (considerato, a ragione, il suo testamento spirituale) e delle sue convinzioni di fervente nazionalista.

Poi, infine, la decisione di praticare il suicidio rituale, con il quale “Mishima mise in atto quella che egli considerava la fine più adeguata a far sì che si adempisse il suo ideale estetico” scrive Errico. Che aggiunge: “la scelta di questa fine risiede nel significato stesso della parola. Il seppuku è una dimostrazione di sincerità ed onestà. Chi compie questo gesto è consapevole di andare incontro ad una morte cruenta, ma è anche consapevole di poter attestare con essa il proprio coraggio”. Un messaggio questo che è pienamente maturato e voluto. E dimostra quanto chi lo ha compiuto avesse a cuore il suo Paese e i valori tradizionali che ne sono alla base.

Cristina Di Giorgi

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