Carl Schmitt e il concetto discriminatorio di guerra

Il 2 aprile 1917 è una data che, secondo Carl Schmitt (in foto), segna una profonda rivoluzione nel modo di considerare gli eventi bellici sul piano internazionale. È il giorno in cui Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti d’America, dichiara l’entrata in guerra a fianco dell’Intesa contro la Germania. La ragione: garantire la libertà dei popoli e la pace mondiale.

La guerra tedesca era diventata una guerra “contro l’umanità”, e per questa ragione la Germania doveva essere dichiarata hostis generis humani, un nemico verso cui non era ammesso alcun tipo di neutralità.

Carl Schmitt vede emergere in questa svolta che la guerra aveva preso, tre direzioni di sviluppo:

  • L’emergere definitivo degli Stati Uniti come potenza fautrice di un nuovo imperialismo, e di conseguenza, la fine della centralità politica e giuridica dell’Europa;
  • Il tramonto dello jus pubblicum europaeum quale strumento di regolazione della guerra tra stati e il proliferarsi di istituzioni internazionali “universalistiche”, anzitutto la Società delle Nazioni, che avrebbe preteso di garantire la pace attraverso la proscrizione giuridica della guerra;                                                                                                                                                                                                              
  • L’avvento di una guerra totale “discriminante”: entrando in guerra contro la Germania, gli Stati Uniti avevano annullato i concetti non discriminatori di guerra e di neutralità, e si erano attribuiti il potere di decidere su scala internazionale quale parte belligerante avesse ragione e quale torto.  

Da quel momento la guerra aveva cessato di essere una lotta tra stati e si era trasformata in una “guerra civile mondiale”.

Le riflessioni e le analisi che Carl Schmitt elabora nel saggio Il concetto discriminatorio di guerra (1938), in ultima analisi confluiscono in una tragica quanto spaventosa previsione: l’avvento di una guerra globale asimmetrica e di annientamento, condotta da grandi potenze dotate di mezzi di distruzione di massa, in primis delle potenze capitalistiche e liberali anglosassoni.

È la previsione di una guerra totale non più sottoposta a limitazioni giuridiche, e quindi sommamente distruttiva e sanguinaria, e tuttavia considerata non solo “giusta” ma addirittura “umanitaria” perché concepita come azione di polizia internazionale contro i nemici dell’umanità, privi come tali di ogni diritto e di ogni tutela giuridica.  

Venuto a mancare il concetto di nemico giusto (justus hostis), e inserita la guerra in una dimensione universalistica attraverso l’ideologia diritto-umanista, il nemico perde i connotati tradizionali per trasformarsi in un perturbatore e violatore della pace globale, e quindi considerato un nemico dell’umanità intera, un nemico ingiusto, un criminale da fermare ad ogni costo. Non sarà dunque una guerra tra Stati, suscettibile di concludersi con un qualche trattato di pace, ma sarà una permanente “guerra civile mondiale” condotta da una grande potenza per sottoporre a controllo poliziesco-militare l’intero pianeta, o parte del pianeta ritenuta dalla potenza egemone “moralmente inferiore”, incarnante il “male assoluto”, con cui non è possibile scendere a compromessi.

La guerra globale, non avrà quindi come finalità la semplice vittoria sul nemico e l’eventuale pacificazione: l’obiettivo sarà quello di annientare i nemici in una guerra che potrebbe rivelarsi infinita.

“Chi dice umanità cerca di ingannarti.” La massima di Pierre-Joseph Proudhon, ripresa da Carl Schmitt ne Le categorie del “politico”, esprime appieno il senso di astrattezza formale che funge da paravento per le azioni più vergognose perpetrate dalle grandi potenze mondialiste, in primo luogo Stati Uniti e Gran Bretagna.

di Angelo De Sio

Redazione

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