L’emergenza che è in noi

La fine dello stato d’emergenza che per due anni e due mesi ha rappresentato la cornice giuridica entro la quale mitragliare popolazione e Parlamento (rimembrate, vero, cosa sia e quali funzioni siano ad esso attribuite secondo Costituzione?) di decreti e leggi speciali “per la prevenzione e il contenimento del contagio da Covid-19”, sarebbe dovuto essere stato salutato da caroselli festanti per le strade e “notti magiche” infinite di gente in estasi. Una vera e propria festa di liberazione.

Tutto si è invece spento ancor prima di accendersi. Una nazione stanca ed eticamente sulle soglie della barbarie, avvilita nelle sue già claudicanti aspirazioni, la stessa idea di lavoro e sviluppo, un tempo cardini sui quali costruire un qualche avvenire, del tutto svuotata di senso dal momento che più importante del valore del singolo professionista o dell’elementare necessità di “portare a casa il pane” è la presentazione di un lasciapassare attestante l’avvenuto adempimento ad un trattamento sanitario obbligatorio mascherato da scelta consapevole.

Forse, come già scritto in passato, un assaggio di quello che sarà il “lavoro” di domani: l’umano non è contemplato, intanto copriamolo di obblighi e sviliamolo nella dignità, e poi vedi che si farà da parte da solo. Quella, dicevamo, che potrebbe apparire come una ottima notizia, la fine ufficiale dell’emergenza appunto, non può costituire alle menti rimaste lucide e agli occhi di chi non ha mai smesso di osservare nulla di più falso e fuorviante. L’emergenza cessa come quadro normativo momentaneo, seppur diverse volte prorogato, ma non come situazione configurante il nuovo concetto di “normalità” per certi versi già pienamente instauratosi.

Fine dell’emergenza non si traduce, peraltro, in fine delle restrizioni e di quelle che Amnesty International ha definito “discriminazioni verso i non vaccinati”. E, giusto per rimpolpare d’ottimismo un futuro già plumbeo, nemmeno il sistema del green pass, perlomeno secondo le finalità non ufficialmente dichiarate dal ministero per le quali è stato concepito, è destinato ad una definitiva eliminazione (il governo ha sempre parlato di sospensione, riservandosi così la possibilità di riattivarlo).

Perché l’emergenza è già “in” noi, prima ancora che “tra” noi. Il continuo stato di tensione, concepito secondo la ridefinizione in atto dell’esistenza umana complessiva fondata sul presente e l’abolizione di ogni genere di “pensiero lungo” , è esso stesso alimentato dall’eccezione come prassi e la negazione di ogni critica o ragionamento come presupposto del tutto tollerabile. Ci vide lungo Giorgio Agamben (nella foto in alto) quando già dinanzi alle prime misure d’emergenza adottate dall’allora governo Conte mise in guardia sulla “tendenza crescente a usare lo stato d’eccezione come paradigma normale di governo”.

In più, “ciò che colpisce nelle reazioni ai dispositivi di eccezione che sono stati messi in atto nel nostro Paese è l’incapacità di osservarli  al di là del contesto immediato in cui sembrano operare”.  Una seria analisi politica, se ben condotta da interpreti capaci, avrebbe senza dubbio considerato gli eventi presenti come sintomi e segni di un esperimento più ampio, dove in gioco è un nuovo paradigma di governo degli uomini e delle cose.

Il problema di fondo consiste però nel non sapere con esattezza cosa sia un’eccezione, e dove vi è una scarsa o nulla chiarificazione di un concetto o di un dato stato di cose vi è l’infallibile certezza che l’eccezione divenga la regola, con conseguenti “stati di eccezione” che, “non prevedendo alcuna istanza che abbia il potere di verificare la realtà o la gravità delle condizioni che lo hanno determinato”, soffocheranno libertà e autonomie.

Diventa pertanto assolutamente passabile la proclamazione di un nuovo stato d’emergenza (fino al 31 dicembre) per il conflitto in Ucraina, un’anomalia tutta italiana della quale non conosciamo (e mai conosceremo) ragioni, opportunità e convenienze. Ma tutto rientra, come detto, in una logica emergenziale permanente, tanto più spedita nel suo incedere quanto più ripetuti e sdolcinati sono gli annunci di graduale eliminazione di TUTTE le restrizioni vigenti. Molte cose, immaginiamo, cambieranno nome (la struttura del Generale Figliuolo, le misure di distanziamento, l’accesso a luoghi ed eventi culturali e sportivi) e si procederà senza accorgersi di nulla. 

Dalle parti di Davos e della Silicon Valley ci si affanna del resto quotidianamente ad agitare spettri di nuove ondate pandemiche ad alta letalità, per fronteggiare le quali non servirà ripristinare nulla di tutto ciò che la “lockdown society” (Fusaro) ha già edificato a partire dal 2020. E potremo ancora una volta sorprenderci di fronte alla curiosa “veggenza” dei Gates, dei Musk, degli Schwab nel vedere realizzate punto per punto le loro profezie (autoavveranti). L’emergenza è dentro di noi. L’emergenza siamo noi.

di Gianluca Kamal

Redazione

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