La tecnica come phármakon contemporaneo nella filosofia di Bernard Stiegler

Bernard Stiegler (1952-2020) è stato, tra i filosofi francesi contemporanei, quello che più di tutti è stato capace di incidere in profondità nella riflessione sul rapporto tra uomo e tecnica, questione diventata ormai “totalizzante”, specie dopo il Covid e la trasformazione della società che esso ha causato.

In gioventù Stiegler ha passato cinque anni (dal 1978 al 1983) in carcere per aver compiuto quattro rapine a mano armata e fu proprio dietro alle sbarre che riuscì a seguire per corrispondenza le lezioni di filosofia dell’heideggeriano Gérard Granel, entrando in contatto anche con Jacques Derrida, per poi iniziare una brillante carriera accademica. 

Influenzato, tra gli altri, dalle opere di Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud, Martin Heidegger, Karl Marx e Paul Valéry, Bernard Stiegler si è occupato nel corso della sua carriera di tecnologia, consumismo, capitalismo, rivoluzione digitale, istruzione e futuro della politica.

Come si può immaginare dal suo “pantheon” di filosofi, Stiegler ha maturato nel corso degli anni una visione particolarmente critica e problematica non del capitalismo in sé per sé ma dell’uomo nella società capitalista ed in particolare del suo rapporto con la tecnica e l’informazione. Nel primo volume della trilogia “La miseria simbolica” intitolato emblematicamente “L’epoca iperindustriale”, Stiegler innanzitutto demolisce le concezioni post-industrialiste e post-storiciste di Jean-François Lyotard e di Zygmunt Bauman, andando contro sia alla “fine della storia” intesa quale “fine delle grandi narrazioni ideologiche” che contro la “società liquida”. La presenza, anzi, la recrudescenza delle guerre e dei conflitti sociali ha dimostrato che la storia è tutt’altro che finita, così come la società non s’è trasformata in chiave post-industriale ma è diventata piuttosto iper-industriale e soggetta all’influenza delle tecnologie iper-mediali, le quali sono insieme “totalizzanti” ed “estranianti” per l’individuo.

Per Stiegler la tecnologia dei moderni mezzi di comunicazione di massa – nel solco di quanto detto dal post-strutturalista eretico Gilles Deleuze sulla “società del controllo” – controlla le vite umane appropriandosi non solo dei corpi, ma anche delle anime, sfruttando a fini consumistici lo “spazio del simbolico” ormai ridotto ad un gigantesco catalogo di prodotti, certamente personalizzato, ma estraneo a quello che è inteso generalmente come “universo di simboli” immersi nella storia e da essa nati e che sempre hanno accompagnato l’uomo. In particolare è in “La catastrofe del sensibile” che Stiegler ha messo a nudo la trasformazione dell’uomo-forza lavoro in uomo-consumatore e quindi il passaggio epocale dal predominio del corpo (proletarizzazione del capitalismo) a quello dell’anima (estetizzazione del capitalismo) intesa però quale riformulazione dell’estetica secondo le logiche del mercato. Il valore dell’individuo si misura in base al tempo che esso dedica al mercato della comunicazione e quindi nella sua funzione di “consumatore”.

Dall’opera filosofica di Bernard Stiegler emerge tutta la problematicità dell’ambivalenza della tecnica intesa quale φάρμακον (phármakon), ha una natura ambivalente, insieme benefica e malefica, è strumento di progresso e libertà ma allo stesso tempo può ingabbiare l’individuo entro un perverso meccanismo di obsolescenza della cultura dei sensi e con essa del valore della dimensione simbolica della vita.

In greco antico “phármakon” è la parola che indica sia il veleno che il suo antidoto, percorre il flebile confine tra bene e male, può essere utilizzato per curare ma se se ne abusa può persino portare alla morte. Dopotutto il farmaco è anche un veleno per sua stessa natura. 

La tecnica è il “phármakon” dell’uomo fin dalla sua comparsa sulla terra. Essa ha permesso all’uomo di vivere, sopravvivere e progredire in un cammino che va dalla costruzione dei primi utensili in pietra fino ad arrivare allo smartphone.

Fintanto che la tecnica resta uno strumento nelle mani dell’homo historicus essa non può che essere un fattore positivo. È quando l’uomo si “destoricizza” e smette d’essere un “animale sociale” (come durante il lockdown, ma basti pensare al fiorire del commercio a distanza o delle consegne a domicilio anche al termine del confinamento domestico obbligato dalla pandemia) che la tecnica da strumento si trasforma in oppressione.

La tecnica può essere controllata solo se le si fa acquisire una dimensione “storica” e dunque uno scopo di reale progresso, fuori dalla storia è lei a controllare l’uomo che ne diventa schiavo per pure logiche narcisistico-edonistico-capitaliste. La ricetta per uscire da questo stato di “obsolescenza sensibile” Stiegler la individua nella “conoscenza” che è, anzitutto, la riappropriazione della dimensione simbolica e, da lì, controllo della tecnica e sua trasformazione nel φάρμακον benefico, dunque nello strumento di reale soluzione dei problemi che affliggono non solo l’individuo ma le comunità organizzate.

Con la tecnica comunque in un modo o nell’altro è obbligatorio confrontarsi poiché essa è frutto stesso dell’uomo, non è stata artatamente “accorpata” alle vicende umane ma ne è stata motore ed anche espressione, essa è nata dal mondo dell’uomo e lo ha allo stesso tempo creato per come è oggi. In altre parole, qualunque tesi espressamente reazionaria ed anti-tecnologica non può trovare soluzione al problema dell’uomo contemporaneo perché ne rifiuta il rapporto simbiotico con la tecnica; per certi versi, invece, Bernard Stiegler s’avvicina ai teorici del “modernismo reazionario” che della tecnica avevano compreso la natura “farmacologica” e ad essa avevano cercato una soluzione sia individuale che comunitaria, lontana dal rifiuto totale o dall’entusiasmo fine a se stesso.

di Filippo Del Monte

Redazione

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