Alessandro Alvarez, l’omicidio avvolto nel mistero di un nazionalrivoluzionario

Alessandro Alvarez cade in una pozza di sangue la fredda notte del 3 marzo 2000 intorno alle 21.30, nel mentre andava a comprare i biglietti del derby Milan-Inter: la morte, il giovane Alvarez l’ha trovata in una strada secondaria di Cologno Monzese.
Si stabilì che l’esecuzione fosse avvenuta con tre colpi di pistola, di cui due in testa.

Molto attivo nel nucleo avanguardisti di Alternativa Nazional Popolare, nella prima metà degli anni Novanta, si distinse per l’interesse nelle questioni sociali e politiche iscrivendosi alla Facoltà di Scienze Politiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Dopo lo scioglimento del movimento nel 1994, Alvarez continuò la sua militanza politica, dapprima nella formazione Destra Universitaria in ateneo poi, in dissenso con la Svolta di Fiuggi, guidando una fronda che praticamente esaurì il gruppo missino originale dando vita a Comunità Studentesca, associazione di matrice nazionalrivoluzionaria che si rese protagonista dell’agitazione culturale dell’ateneo per tutta la seconda metà degli anni ’90.

Oltre alla pubblicazione del vivace bollettino Dissenso, Comunità Studentesca organizzò diverse conferenze tra cui il memorabile incontro su L’attualità della Socializzazione dell’Economia con Manlio Sergenti (capo gabinetto del Ministero dell’Economia corporativa) il 25 maggio 1995.
Alvarez fu un sincero nazional-rivoluzionario di posizioni espressamente antiamericane ed anticapitaliste: fu tra i più giovani collaboratori de La spina nel fianco rivista radicale di rottura della dicotomia tra gli “opposti estremismi” promossa dall’ex-Terza Posizione Marcello De Angelis e dall’ex Prima Linea Maurice Bignami.

All’indomani del suo barbaro omicidio le testimonianze dell’ultimo amico che lo aveva visto vivo, Alessandro Troccoli, portarono subito a non poca confusione tra chi avrebbe dovuto fare giustizia.
Al suo funerale 800 persone tra amici (anche di idee distanti), familiari e militanti gli resero omaggio e conservarono la sua tesi, in procinto di essere discussa nella sessione primaverile, sui movimenti di partigianeria fascista repubblicana nel Regno del Sud durante la Guerra civile. 


Scorrendo le notizie di allora o di poco tempo dopo si naviga nel buio e nella maldicenza e persino nell’infamante accusa (cavalcata parzialmente anche da La Repubblica) che potesse essere frutto di un regolamento di conti correlato alla malavita.
 A tali illazioni ha contribuito anche Saverio Ferrari nel tentativo di “storicizzare” questo delitto coperto di assordante silenzio.
L’unica pista sostenuta dalla Procura milanese fu, infatti, quella dell’amico Troccoli, l’ultimo che lo vide vivo, definitivamente smontata con la Sentenza della Corte d’Appello il 6 marzo 2003 a poco più di tre anni dal fatto.

Su Alessando Alvarez nulla più è emerso e nessuna altra idea seguita dagli inquirenti: subito dopo l’indagine fu definitivamente archiviata.
Rimane lo sgomento, la rabbia per un delitto senza colpevoli, ma anche una sentita  memoria che non retrocede neanche in questi giorni difficili.
La creatura metapolitica di Alvarez, Comunità Studentesca, contribuì alla nascita del nucleo dell’Università Cattolica di Azione Universitaria.
Nella nuova formazione le sue idee continuarono a marciare al punto che nel 2007 si distaccò dal gruppo vicino ad Alleanza Nazionale un nuovo gruppo apertamente nazionalrivoluzionario il CUIB d’Avanguardia una presenza estremamente vivace nei chiostri dell’Ateneo dei cattolici italiani.
E ancora oggi gli ideali di Alessandro vivono, non poche generazioni studentesche dopo, nell’ambiente non conforme dell’Università Cattolica a cui tanto ha dato e che non lo dimentica.   

Proponiamo, in chiusura, un commosso ricordo di Piergiorgio Seveso, oggi presidente di Radio Spada, che con lui condivise la militanza universitaria in quegli anni tremendi e bellissimi.

Del funerale di Alessandro conservo poche immagini nitide: ricordo il caldo, fuori stagione, malgrado fossimo a inizio marzo, i visi dei suoi cari drammaticamente impietriti in un dolore indicibile e insopportabile, i suoi camerati ed amici increduli nel ripetere le ritualità che la militanza politica imponeva in questi tristi casi e poi il silenzio, profondo, interminabile, struggente, mentre la sua bara calava nel sepolcro al cimitero di Brugherio, circondata da una folla di amici e parenti. C’ero e mi pare ieri d’avere anch’io accompagnato il caro Alessandro nel suo ultimo viaggio terreno.

Alessandro Alvarez, studente di Scienze politiche del nostro Ateneo, moriva assassinato la sera del 3 marzo 2000 in una stradina di periferia a Cologno Monzese a 25 anni non ancora compiuti. Non mi addentrerò (anche perché ne ignoro volutamente la gran parte) nelle complesse e tormentose vicende giudiziarie che seguirono la sua morte. Registro semplicemente che queste vicende diedero un triste e (quasi) inappellabile esito: il suo omicidio è rimasto impunito. Vi è quindi un fatto: un’oscura mano omicida vaga ancora per le città degli uomini, senza che la giustizia umana l’abbia colpita e punita. Se la giustizia degli uomini non è riuscita, la giustizia di Dio però saprà valutare e riequilibrare ogni cosa, con sovrana e inesorabile decisione, a tempo debito. Di certo Alessandro si sarebbe aspettato tutto dalla vita fuorchè di diventare un “caduto” e, come spesso accade in tempi foschi e incerti come quelli in cui viviamo, nemmeno un “caduto” inequivocabilmente identificabile come tale, come possono esserlo i Venturini, i Ramelli, i Mantakas, i Di Nella, i Giaquinto o i De Angelis. Un “caduto” ucciso da un nemico oscuro, repentinamente svanito delle brume di Milano.

In fondo anche questo è tipico dell’irregolarità politica e culturale di Alessandro, del suo essere pienamente ribelle e “nazional-rivoluzionario”, come soleva dirmi: non essere mai inquadrabile e non esaurirsi MAI in movimenti, gruppi, partiti e schieramenti. Non condividevo tutti i suoi punti di vista e lui non condivideva tutti i miei ma i nostri colloqui erano sempre cordiali. Le idee che aveva abbracciato da giovane, forse più per slancio adolescenziale che per convinzione, le aveva poi approfondite, vagliate e sempre più maturate. All’ indubbio coraggio fisico e alla fermezza sapeva unire equilibrio, realismo e anche prudenza e le sue argomentazioni ed analisi erano chiare, precise e mai semplicistiche.

Anche quando trattava i temi più’ gravi o difficili, sapeva unire alla serietà quella freschezza caratteriale che ben gli conoscevamo.

Ci vedevamo spesso : l’ultima volta pochi giorni prima che morisse, avevamo parlato a lungo della sua probabile tesi di laurea (la resistenza anti-alleata nel regno del Sud). Avrebbe sorriso Alessandro, con il consueto sarcasmo, pensando al fatto che a ricordarlo sia oggi un indipendentista “padano” e, ancora peggio, un cattolico reazionario, ma forse, proprio in nome di una comune “irregolarità politica” e sostanziale apolitia rispetto alla “democrazia delle marionette”, non l’avrebbe trovato così strano.

D’altronde, già la Comunità Antagonista Padana (allora MUP) aveva segnalato con un commosso cartellone il quinto anniversario del suo assassinio nel marzo 2005. Ci sarebbe quindi parso davvero spregevole che il decennale della sua morte passasse sotto silenzio nell’Ateneo che l’aveva visto attivo e appassionato protagonista nel gruppo allora denominato “Comunità studentesca”. Rimediamo noi con questo piccolo (e inadeguato) scritto, nella speranza che un giorno non troppo lontano il nostro Ateneo possa avere anche un’aula (o almeno un’auletta) intitolata a suo nome.

Riguardo la foto di Alessandro che da dieci anni sta attaccata poco sopra il mio computer e rivedo lo sguardo pulito dei suoi ventiquattro anni.

di Lorenzo Roselli

Redazione

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