Sull’unicità di Roma, Città Eterna, contro i falsi surrogati orientali

Con l’avvento della guerra in Ucraina ha ripreso vigore un assunto ideologico russo che pretenderebbe di identificare Mosca con la terza Roma. In questa tradizione, tutta orientale, Costantinopoli verrebbe considerata come seconda Roma ed infine appunto la capitale russa andrebbe ad indicare il centro di un nuovo impero che sostituirebbe il ruolo della Città Eterna.

Ad originare questa vulgata propagandistica fu Ivan III di Russia nel XV secolo, la stessa venne poi rispolverata ciclicamente per giustificare le mire espansionistiche di Mosca fino ad arrivare ai nostri giorni. Persino il Patriarca scismatico Kirill sembra oggi aderire a quest’ambigua teoria giustificandola addirittura con motivazioni religiose. Motivazioni che però non aderiscono né alla realtà della Tradizione cristiana né a quella storica.      

Roma, diede infatti una forma ed una gerarchia al cristianesimo, ciò che Gerusalemme non volle e non seppe fare. Ecco, dunque, la provvidenziale necessità che mosse Pietro e Paolo verso la Città Eterna. In Italia, il seme della cristianità poté crescere integrandosi con le scuole filosofiche neoplatoniche, fino a diventare la dottrina religiosa più importante dell’Impero: tra le sue fila non troviamo solo schiavi, ma anche esponenti di spicco dell’élite patrizia. Basti pensare che figure d’importanza fondamentale come Gregorio Magno, Benedetto da Norcia e Severino Boezio appartenevano alla gens anicia, di stirpe romana, che vantava una discendenza ininterrotta già dal IV sec. a.C.. Insomma, la provvidenza ha colato il cattolicesimo nello stampo romano: gli Atti di Pietro ci ricordano ancora una volta che la città dei sette colli è stata prescelta dallo stesso Gesù Cristo per la diffusione della Tradizione: «Domine, quo vadis?» («Signore dove vai?»), gli domandò Pietro quando proprio da Roma era tentato di fuggire per paura. E il Signore gli rispose: «Venio Romam iterum crucifigi» («Vengo a Roma per farmi crocifiggere nuovamente»). Roma, non più Gerusalemme. L’Urbe torna così ad essere il centro spirituale del mondo, mentre gli apostoli approdatici per mezzo della navigazione instaurano la nuova Tradizione innestandola sulla prima, cioè su quell’asse primordiale che lega terra e cielo, indicando la fissità della stella polare.

Proprio alla luce di questo stretto rapporto tra la continua ricerca di una fissità e l’eroico combattimento operato nella navigazione, appare piuttosto debole anche un’altra critica rivolta contro le civiltà del mare, colpevoli – secondo una narrazione che prende le mosse dal tedesco Schmitt e che si diffonde oggi proprio in Russia – di agevolare una società apolide e capitalista. Gli assertori di questa teoria, tra cui spicca il russo Dughin, tendono a dividere, secondo un paradigma elementare i soggetti dello scacchiere geopolitico in “talassocrazie” – cioè quelle nazioni che traggono la propria forza vitale dal mare – e “tellurocrazie”, che al contrario basano la loro weltanschauung sull’elemento terra. Secondo questo schema: le prime rispecchierebbero l’elemento acqua anche nel loro operare quotidiano e, per questo, andrebbero a generare una società fluida incentrata sulle attività commerciali, sviluppando un sistema materialista e schiavo del capitale; le potenze tellurocratiche, al contrario, connaturandosi all’elemento terra ed ai suoi cicli stagionali, avrebbero come proprio soggetto principale il lavoro e – per questo – garantirebbero una vita sociale più omogenea e radicata.

I russi e gli “eurasiatici”, secondo questo schema, sarebbero la quintessenza delle potenze tellurocratiche, indicando come prove a loro vantaggio il passato zarista dell’Impero Russo ed il periodo stalinista dell’ex Urss, integrando il tutto alla specificità della Chiesa Ortodossa russa e al paganesimo slavo. Va detto, infine, che per i seguaci del russo Dughin non solo l’antica Roma (che si originava e traeva sostentamento dal Mare Nostrum) era inspiegabilmente una potenza tellurocratica, ma Mosca ne è oggi la più degna proiezione, motivo per il quale la capitale russa è appunto identificata con l’appellativo di terza Roma. Ai sostenitori di tale teoria sfugge, evidentemente, il concetto di “universalità”, poiché proprio in virtù della sua universalità, l’unica e vera Roma non fu né potenza talassocratica né potenza tellurocratica, bensì una sintesi armonica di entrambe.

D’altro canto, le civiltà del mare tradizionali – si pensi a Venezia e alle altre Repubbliche Marinare italiane – non hanno nulla da invidiare né a livello spirituale né a livello sociale alle cosiddette potenze di terra: anzi, la virtù della “stabilità” tellurica sarà addirittura maggiore in quelle comunità marittime abituate a guardare al cielo e alla fissità della stella polare durante le incertezze della navigazione; fissità che, al contrario dei cicli terrestri, non conosce né solstizi né equinozi e alla costrizione dei ritmi imposti oppone la libertà dell’individuo nello spazio aperto. Giano, il dio italico e romano delle chiavi e della nave, risolve tali cicli nell’asse della sua bifaccialità e li proietta nella nuova tradizione che trova in Pietro – l’apostolo con le chiavi sacre “tibi dabo clavis” e la custodia della barca/chiesa- il vicario di Cristo sulla terra e la massima autorità spirituale del mondo. Pietro, giunto a Roma via mare, è dunque il supremo pescatore di anime, mentre Roma è l’unica ed irripetibile città sacra del cristianesimo. Nella nostra Tradizione, dunque, non c’è spazio per una seconda o una terza Roma poiché, come afferma Dante nel De Monarchia:

«Il popolo romano fu predestinato dalla natura all’Impero; dunque il popolo romano, assoggettandosi il mondo, giunse all’Impero in forza di un diritto.»

Questa missione di “guida tra le nazioni” è sacra, unica ed irripetibile. In questo senso, a venirci in aiuto, è ancora il sommo Poeta che – spingendosi laddove nessuno si era mai spinto prima – realizza una sintesi tra l’antica tradizione romana e la nuova forma tradizionale rappresentata dal cattolicesimo, fino a tracciare la figura di una Roma città-celeste, descritta al poeta da Beatrice nel penultimo canto del Purgatorio:

«E sarai meco sanza fine cive di quella Roma onde Cristo è romano.»

Al vate Virgilio, che dopo aver cantato la Roma dei Cesari e l’antica tradizione profetizza nella IV Ecloga l’arrivo del puer e della Vergine, si avvicenda il vate Dante che in epoca medievale canta la Roma cattolica dei papi. Dunque, se davvero il vaticinio di una Terza Roma si realizzasse, sarebbe ancora sul suolo italico e romano. D’altronde, tale vaticinio si ritrova nell’ideale mazziniano di un’Urbe universale, “Tempio dell’umanità”, dalla quale uscirà “la trasformazione religiosa che darà, per la terza volta, unità morale all’Europa.” Questa non sarà più la Roma dei Cesari o dei Papi, ma la Roma degli italiani.

di Guido Santulli

Redazione

Un pensiero su “Sull’unicità di Roma, Città Eterna, contro i falsi surrogati orientali

  1. Con buona pace di Mazzini, la Roma degli Italiani non ha dato nessuna unità morale all’Europa. Mosca non sarà Terza Roma, ma credo che la Russia sia l’unica realtà statuale che pur tra mille difficoltà e contraddizioni prova a difendere i valori tradizionali ed una visione anche spirituale dell’esistenza umana. La destruccia (istituzionale), di governo e non, a mio modesto avviso, dovrebbe vergognarsi della netta scelta di campo effettuata. Inseguendo un mito nazionalista ucraino ben manovrato da USA, UK, EU non fa altro che sostenere l’agenda mondiale di Scwhab & Co.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto