Contro la guerra dei like e dei “tifosi da tastiera”

Fare informazione è difficile. Una frase, questa, apparentemente paradossale oggi che la rapidità con cui circolano immagini, video e materiale vario è tale da sommergere la rete e gli utenti della stessa. E’ però vera, perché non sempre tutto quel che si trova su internet è vero. Anzi, tutt’altro. Oltretutto chi dovrebbe professionalmente occuparsi di informare, qualificando con la propria maturata e matura competenza quel che scrive e diffonde, oggi come oggi è più che altro preoccupato di cavalcare l’onda dei consensi e dei “like”. E bada poco o nulla alla verità.

E se è vero che, a seconda della prospettiva dalla quale si osserva un evento, lo stesso può essere descritto in modo diverso, lo è altrettanto il fatto che alcune cose non sono interpretabili. E se le si racconta facendolo, si è in malafede. Oppure si è schiavi di un dettame ideologico che impone cosa dire e come dirlo.

Questo breve ma significativo ragionamento acquista un peso decisamente maggiore quando ci si muove in scenari come la guerra in Ucraina. Perché la guerra è terribile in quanto tale. E va raccontata con estrema attenzione. Perché in guerra (sembra banale da dire, ma non lo è affatto), c’è gente che ci va per scelta. Ma c’è anche, purtroppo, gente costretta ad abbandonare le proprie case. Oppure a restare seppellita sotto di esse. Vittime innocenti. Tutte.

E va bene indagare sulle ragioni geopolitiche dei conflitti, sulle responsabilità di chi li provoca, sulle possibilità diplomatiche di porvi più che auspicabilmente fine. Ma non si può e non si deve mai perdere di vista il fatto che, come già sottolineato, in guerra c’è gente che soffre e che muore.

Gente che non ha bisogno di schiere di “tifosi da tastiera” dell’una o dell’altra parte. Gente che vorrebbe solo non sentire le sirene che annunciano bombardamenti e/o attacchi.

Strumentalizzare la paura e il dolore di queste persone per fini propagandistici o ideologici è infame. E lo è ancora di più se a farlo sono persone che invece dovrebbero raccontare la verità delle loro storie. Come, appunto, i giornalisti. Che invece, in Occidente, in questi giorni tremendi selezionano ad arte le notizie da dare, da non dare, o da trasmettere filtrandole perché non conformi alla narrazione mainstream o, peggio, contraddicenti la stessa. Un modo di procedere, questo, che aggiunge tormento a quello già grande di chi la guerra la vive in prima persona. E non da ieri.

Chi, dunque, ha il coraggio di andare in loco e raccontare quel che accade rischiando in prima persona (tra loro, per citarne alcuni, colleghi professionalmente molto validi come Vittorio Nicola Rangeloni, Giorgio Bianchi, Fausto Biloslavo, Daniele Dell’Orco e Francesco Giubilei) e verificando le notizie con attenzione e competenza lo faccia, con tutta la stima e il ringraziamento di chi, invece, resta a casa. Gli altri, giornalisti e lettori, si informino leggendo e ascoltando le loro testimonianze. Diffondendole se ritengono. Ma lascino da parte i proclami, siano essi “pro” o “contro” qualcuno o qualcosa.

E’ un imperativo morale che dovrebbe imporsi sulle coscienze di tutti.

Cristina Di Giorgi

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