Ribellarsi alla schiavitù dell’oggi guardando al passato

La narrativa, in quanto genere letterario che concede spazio anche alla fantasia degli autori, quando è ben realizzata consente l’apertura di porte che si spalancano su scenari molto particolari. Accade dunque che, leggendo, si entra in contatto con sensazioni ed emozioni che hanno radici profonde. E che possono spingere a riflessioni e considerazioni molto significative. Ed è proprio questo che succede con il romanzo La guerra non è finita (Passaggio al bosco 2021, € 15).

Nelle sue pagine, che grazie ad uno stile di scrittura evocativo ed estremamente denso, in cui ogni parola va assaporata e considerata singolarmente e nel suo insieme, Francesco Colafemmina (giovane scrittore già autore di diversi lavori sul mondo classico) accompagna il lettore in un ambiente inizialmente soffocante, dove successivamente ad un non precisato Evento di portata epocale, il mondo si trasforma in qualcosa di spento, in cui “il virtuale assorbe continuamente il reale” e la gente, ormai schiacciata dall’abitudine, vive senza discutere la propria schiavitù.

Accade però ad un certo punto che “piccoli oggetti dimenticati mettono in contatto una generazione rassegnata e fatalista con i sogni dei loro nonni”, che in vivide apparizioni oniriche inducono i protagonisti a dare vita ad “una nuova ardita rivoluzione” e ad “un improvviso ritorno alla vita autentica”. Ecco allora che “le colline e il lago di Forte Vetere si popolano di una comunità ribelle che ripercorre le vite degli antenati”.

Il villaggio, oasi felice in un mondo sempre più preda di “oligarchie spietate e disumane”, si popola pian piano di persone che, ognuna con la sua storia personale e il suo a volte drammatico vissuto, sceglie di vivere la propria libertà tornando ai valori del passato.

Una tale sfrontata ribellione però, che sbeffeggia con il suo solo persistere il potere, va per quest’ultimo stroncata quanto prima. Ma quando la violenta reazione si scatena sulla piccola comunità, arrivando a provocare, sul finale del romanzo, la battaglia decisiva, accade qualcosa di molto particolare: in quegli istanti sanguinosi, “la rivolta del passato rivela che la speranza è nascosta nella mano tesa da chi ci ha preceduti nella lotta”.

Con evidenti riferimenti al declino della società attuale e alle schiavitù contemporanee, La guerra non è finita è più che un romanzo di formazione: è uno stimolo, nel grigiore dell’oggi, a ritrovare la luce rivolgendo lo sguardo e il pensiero alle nostre radici.

Cristina Di Giorgi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto