Cosa accade al di là dell’Adriatico?

Già prima della guerra ucraina i Balcani occidentali avevano mandato segnali di crisi, da un lato in Bosnia-Erzegovina dall’altro in Kosovo andavano riaccendendosi focolai mai sopiti e pronti ad esplodere da un momento all’altro. In questo contesto di rivendicazioni etnico-territoriali, come facilmente ipotizzabile, la guerra di Putin ha ridestato le ambizioni della componente serba storicamente legata alla Federazione Russa.

Ma proseguiamo con ordine: il primo scossone al di là dell’Adriatico arriva il 9 gennaio di quest’anno, quando, non curanti delle sanzioni internazionali, i serbi bosniaci celebrano l’anniversario della dichiarazione d’indipendenza della Repubblica Serba autonoma. Un’evidente provocazione, considerando che proprio quella proclamazione d’indipendenza originò lo scoppio della guerra che sconvolse il Paese dal 1992 al 1995.

L’uomo del Cremlino in Bosnia è Milorad Dodik, nazionalista serbo e membro della Presidenza tripartita della Bosnia ed Erzegovina. Politico di lungo corso, Dodik sbandiera da anni il suo negazionismo a proposito dei massacri di musulmani bosniaci compiuti dai serbi durante la guerra, il suo attaccamento alla Serbia è ostentato e col passare degli anni i suoi tentativi secessionisti diventano sempre più palesi ed incuranti delle sanzioni internazionali. Dall’inizio di quest’anno, evidentemente già preavvisato da Mosca, Dodik fa partire in contemporanea all’invasione russa su Kyiv, un’escalation di annunci secessionisti che animano le manifestazioni filo-russe nella capitale della Republika Srpska Banja Luka.

Le tensioni originatesi preoccupano immediatamente la Nato e soprattutto l’Unione Europea che già dai primi di marzo fa partire operazioni di addestramento con aerei francesi sui cieli di Bosnia. A questo proposito l’annuncio della forza di pace dell’Unione europea (Eufor) è piuttosto chiaro, il contributo volontario di Parigi è accettato: “alla luce del deterioramento della situazione della sicurezza a livello internazionale e come misura precauzionale”. Ma la retorica aggressiva utilizzata da Dodik non sembra placarsi, anzi il politico serbo alza il tiro ed arriva ad attaccare strumentalmente il Belpaese, denunciando lo sconfinamento di un aereo italiano nei cieli bosniaci. Ovviamente l’aereo in questione rientrava a pieno titolo nell’operazione Eufor non a caso gli altri due membri della presidenza tripartita bosniaca, il croato Komsic, attuale presidente di turno, ed il bosniaco-musulmano Dzaferovic, non hanno protestato su quanto accaduto.

Ma i motivi di tensione oltre la fascia costiera dell’Adriatico centrale non si limitano alla sola Bosnia, un’altra regione dei Balcani è messa a dura prova dalle intemperanze degli estremisti serbi, parliamo ovviamente del Kosovo. Anche in questo caso la regia Mosca-Belgrado-Banja Luka sembra parlare ad una sola voce, infatti, in concomitanza con le operazioni belliche russe i nazionalisti e comunisti serbi sono scesi in piazza per esprimere la propria vicinanza a Mosca lanciando cori minacciosi contro il neonato stato balcanico: «la Crimea è Russia – il Kosovo è Serbia». Questi atti dimostrativi hanno preoccupato la presidente kosovara Osmani che temendo per l’integrità del suo Paese ha richiesto l’adesione alla Nato. Le parole della Osmani sono molto chiare, indicano l’Ucraina come attuale prima linea nella difesa della democrazia, mentre i Paesi dei Balcani occidentali, in particolare Kosovo, Bosnia-Erzegovina, Montenegro ma anche Albania e Macedonia del Nord, come seconda linea del fronte.

L’Italia non può non tenerne conto, la costa orientale dell’Adriatico rappresenta un’area importante del nostro “estero vicino” ed una rinnovata destabilizzazione di questa regione comporterebbe un pericolo per la sicurezza di tutto il Belpaese. Integrare Bosnia e Kosovo nel circuito Nato-Unione Europea appare oggi l’unica via percorribile per alienare alla Russia qualsiasi velleità sulla regione.

di Guido Santulli

Redazione

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