150 anni di Grazia e amore: la Deledda e le altre donne non conformi

Negli ultimi anni si è intensificato il cosiddetto “neofemminismo”, che come un megafono risuona in ogni piazza, da quella social (Instagram è invasa da influencers che parlano, spesso a sproposito, di lotta fra i generi) a quella televisiva (il palinsesto generalista è assediato dalla questione femminile), per approdare agli editoriali social, letteralmente blindati dai temi come l’emancipazione della donna.

Nonostante non ci potrà mai essere un femminismo conservatore o sovranista per via della costituzione precipua che tale concetto porta storicamente con sé, è presente e sarà sempre presente una questione femminile.

L’errore più grande che si può fare in questi casi di rilevanza così pungente di un tema che determina l’agenda setting di ogni istituto culturale – in questo caso il femminismo progressista – è quello di fare come chi ha un grosso elefante nella stanza: ignorarlo sperando che faccia meno danni possibile. Ma il grosso animale c’è e si fa sentire, scalpita rumorosamente, e l’unico modo per sconfiggerlo non è scimmiottare modelli che non ci appartengono o eludere la questione, bensì proporre modelli nuovi, utilizzando linguaggi propri e  autrici originali.

Quest’anno ricorrono i 150 anni dalla nascita di Grazia Deledda, la prima e unica donna italiana ad aver vinto un premio Nobel per la Letteratura nel 1926. Conosciuta nella sua terra natale ma molto meno nella penisola, la scrittrice nuorese fu prolifica nella sua produzione ed ebbe numerosi contatti con artisti italiani e stranieri.

La sua produzione letteraria rappresenta quello che con un neologismo si direbbe glocal (ossia una contrazione tra locale e globale), poiché mescola con maestria ambientazioni sarde specifiche riverberanti temi universali come l’amore, le radici, la malattia e la femminilità, quest’ultima declinata in un connubio tra emancipazione attraverso la scrittura salvifica e rispetto per la tradizione.

Le figure femminili dei libri della Deledda (nella foto in alto) sono creature saldamente ancorate alla terra, una terra aspra che dà ruoli definiti e ordinati come gli anelli delle catene che si susseguono nello scorrere del tempo. Le donne “deleddiane” incarnano il bene e il male, nutrono tensioni oniriche pur restando ancorate al suolo, si dipanano  in opposti caratteri come nel romanzo Colombi e Sparvieri, nel quale Mariana rappresenta la donna angelo, salvifica e speculare al personaggio sovversivo di Columba.

Oltre al manicheismo bene-male, la Donna porta con sé un aspetto magico, tanto è vero che l’amore descritto nasce perché l’uomo si lascia ammaliare dall’elemento demoniaco. Questo aspetto letterario è confermato dagli studi etnologici di Dolores Turchi, secondo i quali le fate sarde (janas) erano sacerdotesse con prerogative di tipo sciamanico.

Grazia Deledda sposò il funzionario pubblico Palmiro Madesani, con il quale s’intesero subito: la scrittrice avrebbe avuto una certa libertà d’azione come richiedeva la sua professione, pur rimanendo tuttavia una donna schiva e amante della vita casalinga. I due coniugi formarono un sodalizio artistico oltre che umano, in quanto il Madesani curò personalmente la carriera della moglie.

Alle elezioni politiche del 1909, Grazia Deledda fu la prima candidata d’Italia, nel collegio di Nuoro, in un periodo in cui alle donne non era concesso ancora l’elettorato attivo. In questa circostanza ottenne tre voti e una trentina le furono annullati.

Nell’interessante intervista apparsa nel Corriere d’Italia, dal titolo “Chiacchiere antifemministe con la prima candidata”, la Deledda si fa incalzare dal giornalista rispondendo in maniera originale e intelligente, utilizzando argomentazioni profonde senza incedere mai nel vittimismo di genere. Secondo lei le donne, sì, avrebbero bisogno di essere rappresentate nelle istituzioni e potrebbero conciliare il loro ruolo di madri e di politiche ma “la miglior cosa è lasciar che il mondo vada per il suo verso, senza forzar troppo le tendenze, né senza troppo osteggiarle”.

Originale è un’altra figura femminile, Valentine de Saint Point, che aderì al movimento Futurista e si distinse come attrice di teatro, ballerina e pensatrice. Suo è il passo sottostante, estratto da un testo chiamato “Il teatro e le donne” del 1912 nel quale, con lucidità disarmante, parla di una tematica attualissima: il rapporto tra i generi e il femminismo.

“Eppure la nostra è un’epoca che vede trionfare il femminismo, con i suoi orrori e la sua bellezza. Accanto alle donne sprovviste di ogni grazia, che, per acquisire diritti che le altre donne hanno in pratica sempre posseduto, copiando l’uomo, si sono virilizzate, al punto di perdere tutte le loro essenziali qualità femminili; altre donne, che sono belle o semplicemente dotate di un’intelligenza più vasta, hanno acquisito una maggiore indipendenza e spirito di vita, un gusto per lo sforzo personale e per un’attività in armonia con la grazia e la fatalità del loro essere”.

Questi anni caotici e fluidi dovrebbero poi riportare alla luce la bellezza mistica di Cristina Campo, poetessa e traduttrice, nata nel 1923 a Bologna da una famiglia borghese. La Campo, spirito cristallino e antimoderno, si occupò di traduzione e poesia ed ebbe una vita segnata dalla malattia e dalla solitudine, intervallata da scambi proficui con grandi personalità intellettuali.

Grazia, Valentine, Cristina possono diventare le nostre influencers non conformi, indomite cantanti dell’essere e testimoni di un nuovo “femminilismo”.

di Claudia Ruvinetti

Redazione

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