La morte della Pizia: controstoria della tragedia greca

Cosa succede se Friedrich Durrenmatt (in foto), scrittore, poeta e drammaturgo svizzero, decide di raccontare un’altra storia, una controstoria, dei responsi nell’antica Delfi e, con essa, dei più grandi enigmi della Grecia classica dalle tragedie inedite?

Succede un piccolo miracolo di sessantotto pagine che ovviamente costituisce uno degli emblematici della Piccola Biblioteca Adelphi, numero 216.

La copertina è rosso lacca e sopra di essa una notizia nera campeggia apparentemente a mo’ di cronaca.

“La morte della Pizia”, si legge, come se potesse la regina di tutti i destini morire così, un giorno, e con la morte portare via la validità impeccabile di un fato scritto una volta per tutte e percorribile pedissequamente al solo prezzo di accettare una profezia.

Attenzione attenzione…la Pizia è morta, certo. Ma la vera notizia è che, morendo, nella zona d’ombra opposta alla luminosa via delle certezze avute e date, ha finalmente ri-vissuto gli snodi delle sue profezie, accorgendosi di come “coi suoi oracoli ha sperato di portare la timida parvenza di un ordine, il tenue presagio di una qualche legittimità nel truce e spesso sanguinoso flusso degli eventi”, ma senza riuscirci e senza riuscire, anzi, in altro fangoso e macchinico meccanismo se non quello di finire e far finire travolti da una realtà “impenetrabile non meno dell’essere umano che ne è l’artefice”.  

Un libro che oppone alle intricatissime illusioni di alterazione del presente o di felice fiducia in una visione d’insieme il più tragico e, però, indiscutibile principio dell’accadimento inverosimile, del caos performativo e delle forze tettoniche dell’istinto umano messo continuamente alle strette.

Un libro vivo e trasudato, che non si limita alla banale rilettura del mito o all’ironica trafelata “certezza delle non certezze”…ma un libro che riposiziona l’anthropos, che trova il coraggio di riattualizzazione di quelle fatiche esistenziali che, diceva Sallustio, “non accaddero mai ma sono sempre”.

di Elena Caracciolo

Redazione

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