Il mito dell’Africa in “Terra vergine” di Gabriele D’Annunzio (1882)

Pubblicata nel 1882 per i tipi dell’editore romano Angelo Sommaruga, la raccolta di novelle “Terra vergine” è la prima opera in prosa di Gabriele D’Annunzio ed è composta da undici bozzetti sull’Abruzzo ed i suoi abitanti a tema verista-verghiano anche se, in sostanza, lo scrittore abruzzese si distanzia dal suo maestro siciliano. 

In quegli anni D’Annunzio collabora assiduamente con “Cronaca Bizantina”, la rivista di Sommaruga che, da una prospettiva politicamente anti-trasformista ed anti-parlamentare, ha raggruppato grandi nomi della letteratura e del giornalismo come Giosuè Carducci, Giovanni Verga, Luigi Capuana, Carlo Alberto Pisani Dossi, Matilde Serao, Nicola Misasi, Gaetano Carlo Chelli ed Emanuele Navarro della Miraglia, in gran parte veristi ma anche scapigliati o classicisti.  

Il libro “Terra vergine” è importante per la storia del colonialismo italiano in quanto le sue pagine sono dense di riferimenti esotici, di tipo vegetale e zoologico (basti pensare ai richiami alle pantere ed ai giaguari), che si ricollegano alla decisa volontà di attuazione del sogno inappagato di terre lontane.

Nella prima giovinezza D’Annunzio aveva letto “I viaggi del capitano Cook” restandone affascinato e l’Abruzzo da lui descritto è in qualche modo una terra fantastica, somigliante alla selvaggia Africa, che era poi il mito di fine XIX secolo. Dopo la scoperta del Continente nero da parte di esploratori come Livingstone e Stanley, anche in Italia, negli ambienti intellettuali, era esplosa una sorta di “febbre africana”, e questi riferimenti all’Africa nella produzione dannunziana sono riscontrabili negli stessi anni anche nelle poesie e nelle lettere a Giselda Zucconi, il suo primo amore e musa ispiratrice delle sue opere coeve. 

Ancor più importante è che l’intero volume di “Terra vergine” sia dedicato all’esploratore chietino Giovanni Chiarini (in foto), morto a Ghera, in Africa equatoriale, il 5 ottobre 1879 di malaria. Componente della spedizione organizzata dalla Società Geografica Italiana e guidata da Orazio Antinori con direzione i laghi equatoriali, Giovanni Chiarini aveva raggiunto lo Scioa nel 1876. La spedizione era composta anche da Lorenzo Landini, Sebastiano Martini Bernardi, da un armeno di nome Vortic e, dal 1877, da Antonio Cecchi.  

La spedizione italiana ottenne dal Re dello Scioa Sahle Mariàm (il futuro Negus d’Etiopia Menelik II) l’autorizzazione ad installare un ospedale ed una stazione scientifica – che sarebbero diventati negli anni successivi basi avanzate per la penetrazione militare e politica italiana in Abissinia – a Lèt Marefià. Lasciato Antinori gravemente malato alla stazione, Chiarini proseguì il cammino con Cecchi verso il Regno del Limmu, in Oromia, finendo agli arresti a Ghera nel febbraio 1879 poiché sospettati dalla sovrana d’essere spie al servizio dello Scioa. 

I due esploratori italiani, sottoposti ad un regime carcerario particolarmente duro, soffrirono indicibili stenti e Chiarini fu anche colpito dalla malaria. Il 5 ottobre 1879 Chiarini si spense tra le braccia di Cecchi pronunciando queste ultime parole: «Mio caro, riferisci alla Società Geografica che io muoio sulla breccia per fare il mio dovere; che mi dispiace, più che morire, non poterlo compiere fino all’ultimo, fino ai Laghi Equatoriali dove la nostra spedizione doveva giungere. Saluta tutti i signori della Società, e non dimenticare di baciare per me la povera mamma mia». 

D’Annunzio, rimasto profondamente colpito dalla vicenda umana del suo conterraneo Giovanni Chiarini, scrisse nell’introduzione a “Terra vergine”: «A Giovanni Chiarini – abruzzese – che giace lontano – sotto una capanna di bambusa – nel cuore dell’Africa».  

Lo storico della letteratura Gianni Oliva, esperto delle opere dannunziane, ha curato l’opera collettanea “La capanna di bambusa. Codici culturali e livelli interpretativi per «Terra vergine»” (Solfanelli Editore, 1994) dedicata interamente al tema del viaggio e dell’Abruzzo “africano” del libro di D’Annunzio. La dedica a Giovanni Chiarini rende evidente una comunità d’intenti tra i due esploratori di “terre vergini”, in una similitudine tra la regione dei laghi equatoriali e l’Abruzzo. Chiarini era partito assieme ad Antinori, Cecchi ed agli altri compagni di viaggio per restituire l’immagine di civiltà primitive. Per parte sua D’Annunzio si sentiva investito della missione di fare la stessa cosa, cioè di rendere edotto il grande pubblico sugli usi e costumi di un popolo, quello abruzzese, per molti aspetti sconosciuto all’opinione pubblica dell’Italia postunitaria e che rischiava di scomparire, almeno nella sua “forma primitiva”, a causa del processo di modernizzazione cui il Paese era sottoposto in quegli anni. 

Il D’Annunzio di “Terra vergine” non è quello de “L’Armata d’Italia” (1888) né quello dei “Canti della guerra d’oltremare” (1915) e dunque non è né l’araldo del navalismo né il sostenitore dell’espansione coloniale; anzi, di fatto fino al 1889 circa lo scrittore pescarese fu particolarmente scettico sulle tematiche coloniali, basti pensare che al suo Andrea Sperelli ne “Il Piacere” farà dire che i morti di Dogali siano stati «quattrocento bruti morti brutalmente» e non basteranno le sue giustificazioni circa il suo trasporto ideale per la vicenda con l’ode “Agli Italiani morti in Africa” per placare le critiche e le accuse mosse contro di lui dai gruppi colonialisti.

Negli anni ’80 D’Annunzio non ricalca la linea degli altri “bizantinisti” – e del più politico tra loro che era il deputato della Destra “dissidente” Rocco De Zerbi – accesi sostenitori delle istanze africaniste; egli piuttosto è un amante degli esotismi, il “suo” africanismo è prima di tutto esistenziale e l’ammirazione per Chiarini è legata non tanto alla figura dell’esploratore “geografico” quanto a quella del cercatore dell’ignoto, l’Africa come l’Abruzzo primitivo per D’Annunzio è un “altrove” da esplorare.

di Filippo Del Monte

Redazione

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