L’Italia è terra di cultura e di poesia, non solo di tecnica

Quando si parla di genio si parla di immaginazione. Quella caratteristica che, diversa dalla ragione e in ogni popolo peculiare, crea e forma l’arte poetica. Poesia deriva dall’antico verbo greco poiéō, che significa appunto “creo”. Ecco quindi che il popolo greco si fa tutt’uno con il suo Omero, quello inglese con Shakespeare e noi italiani pensiamo a Dante quale padre della nostra nazione, artefice della nostra lingua e illustratore della nostra immaginazione.

Come sosteneva Giambattista Vico, sono stati proprio i poeti a unire gli uomini e creare i popoli, rendendo Dio sensibile e “volgare”, comunicandone l’immagine. Così, immaginare è fare e credere nello stesso tempo, mentre la ragione si limita a comprendere limitando la fantasia e allontanandosi dai sensi.

E proprio il “sentire” ha fatto i popoli secondo la forza della loro immaginazione, attraverso i poeti che “non parlarono alla volontà, non insegnarono suoni ed atti; colpirono la fantasia, svegliarono negli altri quella forza più forte, che ci vuole per andare oltre se stessi, creando una comune immaginazione. Perché sentivano, erano intesi, e fecero il volgo. Volgare e popolo sono anima e corpo, nascono insieme dalla poesia, formano il modo di parlare e immaginare comune, in cui consiste il genio” (Massimo Lelj, Il Genio dell’Italia).

In questo senso, dunque, non abbiamo bisogno di cultura fine a se stessa. Né, come auspicato di recente dal ministro Roberto Cingolani, di cultura maggiormente “tecnica” a discapito dello studio delle guerre puniche. Quelle guerre vanno invece studiate eccome, ma soprattutto carpite. Così come degli uomini antichi vanno colti i sentimenti più profondi: opere quali l’Eneide e la Divina Commedia sono fondamentali per tornare a immaginare e sentire insieme, comunemente, a vivere in senso popolare.

La naturalità e l’insensatezza hanno creato l’arte poetica e il suo genio, non la ragione e la logica, né tantomeno odierni abomini linguistici come lo schwa e annessi asterischi. Ci vuole un’indole classica, più che una formazione classica, l’umanità più che l’Umanesimo. Occorre andare oltre ogni sterile “dialettismo” e classismo cercando quella ispirazione nella poesia epica che fece nazionale l’immaginazione popolare.

Rammentando ancora Massimo Lelj, “Volgare, popolare, comune è l’essere propriamente omerico dei popoli classici. Del popolo classico vivente. Nel volgare di Dante è l’essere omerico del nostro popolo. Volgare e Dantesco il Rinascimento, la grammatica, la sintassi, lo stile, le leggi dell’immaginazione italiana, codificate dai prosatori del Cinquecento. Questo il classico di Leopardi, Manzoni. Dell’uomo comune, delle cose sublimamente inutili, che ti fanno capace di ordinare il mondo”.

di Marco Da Pozzo

Redazione

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