De Carlo (FdI) “I prodotti della filiera agricola sono ambasciatori della nostra origine e di alta qualità”

Si tiene oggi, presso il Senato della Repubblica (Sala Caduti di Nassirya), la presentazione del volume “Tradizione ecologica”, studio-inchiesta “sull’agroalimentare italiano e la sfida della sostenibilità” edito da Edizioni Eclettica e dall’Istituto Stato e Partecipazione, uscito nel 2021 e ampiamente recensito sul dodicesimo numero della nostra rivista. Intervengono alla presentazione gli autori del libro Sandro Righini e Gian Piero Joime, il presidente dell’Istituto Stato e Partecipazione Francesco Carlesi e il Senatore Luca De Carlo, responsabile nazionale per Fratelli d’Italia del “Dipartimento Agricoltura e Eccellenze Italiane”, nonchè autore della prefazione del libro ed autore, altresì, di una recente interrogazione parlamentare in merito agli approvvigionamenti alimentari cinesi. Lo abbiamo incontrato per fargli qualche domanda.

  1. Senatore, cosa rappresenta l’agroalimentare per la nostra Nazione?

L’agroalimentare italiano vale oltre cinquecento miliardi, cinquanta dei quali sono addirittura di esportazione – quest’anno tocchiamo il picco massimo – e il suo valore non è limitato solo ad un aspetto economico e finanziario, bensì i prodotti provenienti dalla filiera agricola sono gli ambasciatori della nostra qualità e della nostra origine; hanno cioè un valore doppiamente importante ed è universalmente riconosciuto che i nostri prodotti sono preferiti in tutto il mondo proprio per questo grande connubio tra qualità e origine, motivo per il quale subiamo costantemente attacchi da tutti i nostri competitor stranieri, i quali mirano non tanto a migliorare il loro prodotto quanto a discriminarne il nostro (il Nutriscore ne è un esempio).  

2. Perché la sostenibilità è una sfida e come risponde la politica a questa sfida?

La sostenibilità non può intendersi unicamente come “sostenibilità ambientale”, deve essere sì ambientale, ma anche avere uno spettro di visione e azione più ampio, che includa gli aspetti economici, sociali e istituzionali come la capacità di assicurare le condizioni di stabilità, democrazia e partecipazione. Deve essere compiuto un processo di sostenibilità anche all’interno della filiera dell’agroalimentare, in quello stesso processo che garantisce il “boom” dei prodotti italiani di qualità, perchè troppo spesso la filiera è schiacciata verso il basso con ampi benefici alla grande distribuzione e margini sempre più risicati invece nei confronti di chi realmente imprende in agricoltura. Sostenibilità sì, ma non sostenibilità demagogica, piuttosto sostenibilità a trecentosessanta gradi, una sostenibilità che non sia solo ideologia ma che sia tradizione e sviluppo nella modernità.

3) Durante una recente interrogazione al Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Lei ha chiesto quali sono le strategie che il governo intende mettere in atto per tutelare le produzioni agroalimentari nazionali e per garantire prezzi equi di produzione e di vendita. Qual è il problema? Quale la soluzione possibile?  

Mentre la Cina si accaparra di fatto il 51% delle scorte mondiali di grano, il 69% di mais e il 60% di riso per oltre un anno e mezzo di approvvigionamenti che rischiano anche di finire al macero e gli americani si stima che abbiano acquistato, soltanto nell’ultimo anno, 13 milioni di ettari di terreno – 6 milioni dei quali in Ucraina -, l’Europa resta a guardare, assiste a questa guerra per le materie prime. Il risultato dell’immobilismo europeo lo paghiamo con gli aumenti esponenziali dei prezzi dei mangimi e di tutte le materie prime in agricoltura; quell’Europa che dovrebbe servire a fare massa critica, a rappresentarci con una sola ma forte voce, soccombe alla potenza e alla strategia di Cina e Stati Uniti che hanno fatto e fanno dell’agricoltura un settore strategico. È evidente che siamo carenti di una visione strategica nazionale e soprattutto europea perché è innegabile che, a fronte di un’ideologia che punta a ridurre la produzione e ad un ambientalismo solo di facciata, non c’è invece una risposta seria derivante da una vera programmazione che consenta, attraverso l’innovazione, di migliorare la produttività. Non ci si interroga su quali devono essere le nuove tecnologie e si abbandonano totalmente gli imprenditori agricoli, gli stessi imprenditori che, in questi anni, hanno dimostrato di voler lavorare tenendo duro, pur non potendo contare su uno Stato e un’Europa che, oltre a non saper camminare al loro fianco, spesso hanno anche messo loro i bastoni fra le ruote.

a cura di Elena Caracciolo

Redazione

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