Grazie professor Berti

Va così, la vita. Un aristotelico lo sa per forza, che il mondo intelligibile rimanga dov’è e lo studino i platonici, ma è il contornato organico di questa doxa bassa che decide quando è giunta l’ora della morte. Muore, sì, a ottantasei anni, Enrico Berti. Non ci giriamo intorno perché altrimenti ci riduciamo a cercare sostituti fantasmi che, in realtà, sono sempre più rari. Nel mondo dell’aristotelismo, ancora di più. Tutti dogmatici e con l’ingombro del dogmatismo che decentra l’individuo: il rigorismo è la loro specialità, mentre la solennità con cui il rigorismo è scandito, quella, è tutta del predecessore. Enrico Berti, invece, no. Aristotelico nel senso della parola della virtù enciclopedica e del pensiero complesso; aristotelico nello slancio dialogico non solo onto-caratterizzante l’individuo, ma performativo dello stesso; aristotelico, soprattutto, perché fermo sostenitore della scintilla. Quale scintilla? Quella di tutti i tempi e che dà sollievo anche ai decenni più piatti. La scintilla della meraviglia, che fu “in principio”, come titola un suo celebre volume, e che sarà sempre all’origine del filosofare. Atto umano così umano, di quel “livello della natura in cui la natura si chiede perché”. Berti ce lo ha insegnato…che l’innesco della conoscenza non è la “conoscenza per la conoscenza” o il purismo kantiano di un ordine trascendentale da stabilire una volta per tutte; non è l’atteggiamento teleologico e nemmeno quello rassegnato al palliativo di una lettura edificante. La conoscenza è meraviglia: restare sconvolti da un dettaglio abbagliante che, da lì a sempre, per sé e per chi viene, darebbe nuovo scopo al vedere totale, azionerebbe uno sguardo che si poggia su ciò che c’è e addirittura, interrogandosi su quel dettaglio, edifica ciò che non c’è ancora, nel concepimento derivante dall’immaginazione e poi nel parto, da lì a diverse verifiche, di una nozione. Berti ce lo ha insegnato…che il principio della filosofia è tutto quello che ci fa spalancare gli occhi, la curiosità e specialmente le manifestazioni poi itineranti della metodologia critica e mai analitico-stantia.

E allora… grazie, Professore! Non verrà dimenticata la sua lezione: né nel padovano, né nel resto di questo mondo occidentale ancora, visibilmente, libero perché fondato su quell’antichità classica che, lei ci insegna, non ha scadenza.

di Elena Caracciolo

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto