29 dicembre 1890: il sangue dei Sioux bagna il South Dakota

Wounded Knee, il fiume si riempie di sangue, Wounded Knee il mio popolo al massacro piange” canta Skoll in una delle sue più significative canzoni identitarie. Il riferimento è ad un luogo del South Dakota in cui, il 29 dicembre 1890, si è consumato uno dei più cruenti massacri di nativi americani.

A compierlo, il Settimo cavalleggeri, che nelle ultime fasi della Guerra di Secessione prima e delle guerre indiane poi, fu guidato dal generale Custer. E si rese protagonista di una serie di stragi ai danni della popolazione indiana fino a quando, nel 1876, non si scontrò a Little Big Horn con le forze di Cavallo Pazzo e Toro Seduto, che lo sconfissero uccidendone il capo. Quattordici anni dopo, grazie anche a mezzi e strumenti che spesso erano andati oltre il cavalleresco e corretto scontro sui campi di battaglia, la ribellione della popolazione indiana era quasi domata e i superstiti erano per la maggior parte rinchiusi nelle riserve.

Non era però ancora finita: tra i nativi infatti prese piede un nuovo culto religioso chiamato Danza dello Spirito (Ghost Dance). Il capo spirituale di questo gruppo era il predicatore Wovoka, che auspicava il ritorno di Gesù sotto forma di indiano americano e la ricomparsa delle mandrie di bisonti, fondamentali per il modo di vivere degli indiani e a quei tempi ormai quasi estinte. Per evitare che tale culto prendesse troppo piede e stimolasse il riaccendersi della ribellione, le autorità americane decisero di procedere ancora una volta con l’uso della forza. Per stroncare nel loro solito modo ogni forma di resistenza e concludere una volta per tutte la conquista dei territori nordamericani (nei quali tra l’altro erano stati scoperti diversi giacimenti di metalli preziosi).

Alla fine del dicembre 1890 il Settimo cavalleggeri – armato di fucili e di alcune mitragliatrici – si imbatté in un gruppo di qualche centinaio di Sioux, fuggiti dalla riserva di Pine Ridge per raccogliersi intorno al capo Big Foot, che stava organizzando una reazione alla notizia dell’assassinio di Toro Seduto. Tra loro, oltre a un certo numero di uomini armati (circa 120), vi erano anche 230 tra donne e bambini.

L’ordine del reparto americano, che intendeva riportare i fuggiaschi nella riserva, fu di deporre le armi. Su quel che accadde in seguito, ci sono versioni contrastanti: secondo alcuni la miccia che accese lo scontro fu accidentale, secondo altri fu un attacco a sangue freddo. Quel che è certo è che il risultato finale fu un massacro: quasi tutti gli indiani vennero uccisi, molti dopo un inseguimento successivo alla conclusione della battaglia vera e propria. Nei fatti, il terreno di Wounded Knee venne bagnato dal sangue di circa 150 nativi. La neve impedì di seppellire immediatamente i morti ma quando, la primavera successiva, il disgelo consentì di tornare sul luogo del massacro, si contarono numerosissime salme, tra cui quelle di 44 donne e 16 bambini. Senza contare i corpi mai ritrovati.

E, come se l’entità di una tale tragedia non fosse sufficiente, la memoria di quei morti è stata non solo colpevolmente trascurata ma anche offesa dai riconoscimenti che il Congresso americano ha conferito ad alcuni soldati per il loro ruolo nel massacro. E se anche nel 1990 (a ben un secolo di distanza dai fatti) lo stesso Congresso si è formalmente scusato con i discendenti per il massacro, non c’è stata per loro nessuna forma di riparazione, né con una dichiarazione volta a rendere il sito monumento nazionale (come richiesto dall’Associazione dei Sopravvissuti), né con la revoca delle medaglie d’onore tanto ingiustamente assegnate.

A rendere omaggio a quelle vittime innocenti, restano comunque le parole di Alce Nero, uno dei capi indiani più noti e rispettati. Che nel libro – conosciuto e amato in tutto il mondo – in cui Jhon Neihardt che raccoglie i suoi discorsi (“Alce Nero parla”), così racconta il massacro di Wounded Knee: “Brillava il sole in cielo. Ma quando i soldati abbandonarono il campo dopo il loro sporco lavoro, iniziò una forte nevicata. Nella notte arrivò anche il vento. Ci fu una tempesta e il freddo gelido penetrava nelle ossa. Quello che rimase fu un unico immenso cimitero di donne, bambini e neonati che non avevano fatto alcun male se non cercare di scappare via”.

Cristina Di Giorgi

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