La letteratura stagnante

In Italia non esiste più il dibattito letterario. Lo ha scritto chiaro e tondo Rocco Cannarsa sull’Intellettuale Dissidente (Sul dibattito letterario in Italia, 5/12/2021) e bisogna dargli ragione.

Proprio in periodo di fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi” di Roma forse è triste fare una affermazione del genere ma è un dato di fatto ormai da parecchi anni – se non decenni – e la stessa funzione “intellettuale” della letteratura italiana è andata, salvo rarissime eccezioni, scomparendo.

La stagnazione critico-intellettuale della letteratura italiana emerge soprattutto in ambito narrativo, con il romanzo che ha smesso ormai di svolgere qualunque funzione sociale e civile e dove la scrittura impegnata (quella vera e non quella delle “Michela Murgia”) è diminuita in funzione inversamente proporzionale all’ipertrofia delle pubblicazioni di genere.

Se per una logica prettamente “mercatista” dell’editoria si può accettare che il numero sia potenza, ed in questo caso direttamente sopravvivenza, per un’idea pura della letteratura e della scrittura questo non può essere accettato: è pur vero che non si può pretendere il trionfo totale della qualità sulla quantità delle pubblicazioni in un Paese che già di per sé è abitato da ben pochi lettori e molti dei quali anche svogliati e che dunque necessitano di essere “spronati” con prodotti ad alto consumo, ma di libri che siano capaci di scompaginare gli equilibri sociali o gli ormai strutturati – e stereotipati – canoni culturali non v’è ombra. Così come non si vede l’ombra neanche di una critica letteraria strutturata e capace di creare dibattito attorno ad un libro, ad uno scrittore, ad una corrente, ad un impulso culturale. Nulla, la letteratura italiana ha l’encefalogramma piatto e non vi sono segni di vita. Più che altro spasimi nervosi.

Il ‘900 si è portato nella tomba gli imperi, le ideologie ed anche la critica letteraria. Privi di stimoli e di vere stroncature ma anche di seri elogi, quando sono meritati, ad opera della critica, gli scrittori non emergono, fatta eccezione per quelli già abbondantemente conosciuti e quindi ampiamente sostenuti dai pochi critici “prezzolati” rimasti a scrivere sui grandi giornali, sulle riviste e sui siti web che dovrebbero, almeno in teoria, alimentare il dibattito ma che poi fanno, dietro la maschera di recensioni accurate, pubblicità al tale romanzo del tale scrittore di successo.

Ma si torna sempre al punto iniziale: il mercato, tutto il mercato, per reggersi in piedi ha bisogno di vendere e dunque di qualcuno che compri. Così come un abile artigiano creerà sempre prodotti di qualità superiore rispetto alle produzioni industriali, ma alle lunghe non reggerà la concorrenza, anche nella scrittura – che è insieme arte ed industria – vale lo stesso principio. La letteratura oggi è una triste scienza malthusiana dove la qualità è schiacciata dalla quantità.

D’altronde – scrive Cannarsa – sono aumentati i corsi e le scuole (addirittura università) di scrittura creativa, i blog letterari, le riviste, le case editrici, e con loro le possibilità di esordire, di pubblicare. Ma facendo così, cioè dando a tutti la possibilità di esordire sulla scena letteraria, il senso stesso della scrittura – che è arte antidemocratica ed antiegualitaria per eccellenza – si svaluta e si perde“. Il filologo Lorenzo Tomasin nel 2018 lo disse apertamente: “La lingua della letteratura è ormai un italiano standard, senza forza” denunciando il “dilagare di uno stile inodore, insapore e incolore in cui pressoché chiunque può cimentarsi”. In poche parole: non tutti possono scrivere ma tutti scrivono.

Forse il dibattito letterario (con i suoi strascichi politici, sociali, culturali, etici) in Italia stagna perché è proprio la scrittura ad essersi ormai impaludata nelle logiche della “vendita per la vendita”. 

di Filippo Del Monte

Redazione

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