Dizionario della nuova normalità: focolaio

‘Focolaio’ proviene dal tardo latino focularis, che a sua volta deriva da focus ossia il corrispettivo di ‘fuoco’ che aveva come termine originario il vocabolo ignis. Non è tutto: esso costituisce l’allotropo (ciò che in linguistica è definito come il doppione di un altro termine) di ‘focolare’ ma in un contesto assolutamente negativo. Nel caso concreto, in un crescendo misto tra pathos e allarmismo, l’individuazione di un focolaio rappresenta l’asso nella manica per i mass media e proietta nella mente dell’individuo lo spettro di un nuovo lockdown. L’informazione viaggia su toni preoccupanti, a volte moderatamente positivi ma mai ottimistici. Dopotutto, la costruzione di un clima di paura ad hoc che ha trovato nella manipolazione linguistica il suo più prezioso alleato, non può e non deve abbandonarci.

Particolarmente interessante è la sua versatilità: la parola ‘focolaio’, infatti, non è solo impiegata all’interno dell’ambito medico con il conseguente assorbimento da parte dei parlanti comuni come è accaduto con i tanti altri termini di questa neolingua; essa presenta anche un risvolto sociale se accostato alle rivolte e ciò, specie in questo ultimo periodo, potrebbe rivelarsi un vero e proprio passepartout linguistico per i canali di informazione. Pur essendo lontani dagli scenari da bollettino di guerra che lo scorso anno avevano interessato scuole e residenze sanitarie assistenziali, basterebbe un nuovo focolaio per scatenare un’inevitabile caccia all’untore e un’ennesima chiusura. Se è vero come dice Havener che “la comunicazione non è quello che diciamo ma quello che sentono gli altri”, allora ci toccherà convivere ancora per un po’con ansia e insicurezza fino a quando non ci si accorgerà che linguaggio dell’informazione e realtà delle cose sono su due piani totalmente differenti.

di Gianluca Kamal

Redazione

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