Primo Carnera, il gigante buono dal pugno d’acciaio

Sulla facciata del Duomo di Milano, in uno dei frontoni laterali più alti, c’è una statua che riproduce due pugili che incrociano i guantoni. E’ stata aggiunta alle decorazioni della cattedrale meneghina nel 1933, per celebrare la vittoria del titolo mondiale di uno dei più grandi (in tutti i sensi) atleti che l’Italia abbia mai avuto: il pugile Primo Carnera, conosciuto anche come la montagna umana o il Gigante buono di Sequals, il paesino del Friuli che gli diede i natali il 25 ottobre del 1906.

La sua famiglia versa in condizioni economiche molto precarie e Primo è costretto ad emigrare in Francia dagli zii, dove trova lavoro come carpentiere. Nel 1925 il giovane assiste allo spettacolo di un circo e viene notato da un impresario che gli offre di prendere parte allo spettacolo come lottatore. Lui, che all’epoca aveva 19 anni ed era alto più di 2 metri (per 125 chili di peso), accetta senza esitazione.

Non molto tempo dopo a notare Primo (fatto questo che gli cambierà la vita) sono un ex campione di boxe e un impresario di grande fiuto (Paul Journèe e Leo Sèe) che, colpiti dalla sua straordinaria fisicità, gli propongono di tentare l’avventura del pugilato.

Il debutto sul ring come professionista risale al 1928, quando il gigante buono di Sequals disputa in varie città europee nove incontri, perdendone solo due. La stampa però, in particolare quella italiana, descrive i suoi successi come frutto non della sua abilità ma della furbizia del suo manager. Per questo trattamento ricevuto, deluso e amareggiato, Primo decide di lasciare l’Europa e di tentare l’avventura negli Stati Uniti. Siamo nel 1930 e il successo è decisamente a portata di mano: i risultati ottenuti vedono infatti Carnera perdere un solo incontro su 26 disputati quell’anno.

Per lui però, comunque, non sono tutte rose e fiori. Uomo buono ed ingenuo, si fida troppo di gente senza scrupoli che lo sfrutta per ottenere lauti guadagni, anche con sotterfugi e metodi non troppo puliti. Lui in ogni caso, semplice ed onesto, si dedica con impegno al pugilato ed ottiene, nella seconda stagione americana (1931 – 1932), altri enormi successi: in questo periodo, infatti, sostiene 36 combattimenti e ne vince 34. Tale incredibile progressione gli vale non solo fama e attenzione (anche di tanti che prima lo denigravano) ma anche e forse soprattutto il diritto di salire sul ring come sfidante di Sharkey, allora campione del mondo dei pesi massimi.

E’ la notte del 29 giugno 1933 ed il Garden Bowl di New York è gremito di pubblico. Sharkey parte da favorito. E rimane tale, dominando con la sua tecnica fino a quando, alla sesta ripresa, un destro di Carnera lo manda a tappeto. Il gigante di Sequals diventa quindi il primo e ad oggi unico italiano riuscito a salire sul tetto del mondo della boxe.

Primo Carnera mantiene il titolo per circa un anno: lo difende con successo contro Uzcudum (ottobre 1933) e Loghran (marzo 1934), ma il 14 giugno lo cede a Max Baer in un incontro che in molti definirono un vero e proprio massacro. Un incontro durante il quale Primo dimostra, per chi aveva ancora dei dubbi, di essere un grande atleta e soprattutto un uomo coraggioso.

Da quella sera inizia però il suo declino di sportivo: a seguito di un’altra sconfitta (contro Lewis nel 1935), passa alcuni anni lontano dall’attività agonistica, per riprenderla brevemente ma senza successo nel 1945. Si dedica poi per un certo periodo alla lotta e recita in alcuni film, poi trascorre alcuni anni lontano dalla ribalta lavorando nel commercio. Quindi, nel 1966, torna in Italia: è gravemente malato e vuole morire a casa sua. Con al fianco la sua famiglia, Carnera si spegne il 29 giugno del 1967.

di Cristina Di Giorgi

Redazione

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