9 ottobre 1963: il dramma del Vajont

Una valanga di acqua e fango travolge e distrugge case e vite umane:  duemila morti e un’intera valle distrutta.

Descrivere quel che accadde alle 22.39 del 9 ottobre 1963 è difficile. Anzi, difficilissimo. Le parole dei sopravvissuti alla tragedia del Vajont, quando raccontano quei momenti, parlano innanzitutto di un rombo sordo che fa vibrare di terrore, ancora oggi che da quel dramma sono passati 58 anni.

Siamo nella Valle di Erto e Casso (in provincia di Belluno), dove la vita scorre tranquilla nonostante l’ingombrante presenza di una gigantesca diga che incombe sugli abitanti di Longarone, Castellavazzo e gli altri paesi dei dintorni. La monumentale opera comunque suscita più di qualche preoccupazione, anche alla luce di studi e sopralluoghi (purtroppo rimasti inascoltati) che hanno in seguito indotto a parlare di tragedia annunciata.

Poco prima delle 23, infatti, dal monte Toc si stacca una frana di vaste proporzioni, che si riversa nel lago artificiale e provoca una immensa ondata di acqua, detriti e fango. Un’ondata che ha travolto e distrutto ogni cosa nel raggio di decine di chilometri. Vite comprese. Le vittime ufficiali sono 1917 (tra loro quasi 500 bambini) ma si ritiene che i morti siano stati di più (oltre i 2000) perché molte salme non sono state mai ritrovate.

Sono le 5.30 del mattino del 10 ottobre quando i primi soccorritori giungono sul luogo: tra loro numerosi militari dell’esercito, soprattutto Alpini, ai quali spetta il triste compito di recuperare i morti.

Il dolore di chi oggi ancora piange i suoi cari è da allora accompagnato dalla rabbia. E dalla consapevolezza che, molto probabilmente, la tragedia poteva essere se non evitata quantomeno limitata nelle proporzioni e soprattutto nel numero di vittime. In molti infatti – si legge in un articolo sull’argomento pubblicato su Il Giornale d’Italia – sapevano che il rischio frane era più che fondato (vi erano state infatti diverse avvisaglie del probabile distacco di porzioni più o meno grosse di roccia). Il livello del lago artificiale era inoltre stato innalzato oltre la quota di sicurezza. Ed infine, la sera del 9 ottobre, non fu dato l’allarme, che avrebbe consentito l’immediata evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio inondazione”.

Negli anni successivi, a proposito di quanto accadde, venne aperta un’inchiesta e celebrato un processo. Alla sbarra, con l’accusa di disastro colposo, frana e inondazione con l’aggravante della previsione dell’evento oltre ad omicidi plurimi, finirono undici persone. Solo due però, al termine dei tre gradi di giudizio, le condanne. Tra l’altro a pene abbastanza basse (cinque anni e tre anni e otto mesi).

Oggi, per commemorare l’anniversario del dramma del Vajont, ci sarà – riferisce Ansa – una diretta tv tra Roncade (Treviso) e Longarone, in cui verrà rievocata con testimonianze varie una partita di calcio che fu disputata tra le squadre dei due paesi poco prima del 9 ottobre 1963. Poi, alle 22.39, ci sarà un collegamento con la chiesa di Longarone per la tradizionale annuale veglia di preghiera. Al di là di tutto, comunque, il dolore di chi ha vissuto questa tragedia sulla sua pelle non potrà mai essere cancellato. Tra i superstiti, “un uomo di Longarone che ancora conserva come una reliquia una piastrella del pavimento di cucina della sua casa. Che è l’unico oggetto che gli è rimasto a imperitura memoria della sua vita felice di bambino. Quella vita – si legge ancora su Il Giornale d’Italia – inghiottita da un mare di acqua e fango la notte del 9 ottobre 1963”.

di Cristina Di Giorgi

Redazione

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