Dizionario della nuova normalità: resilienza

Parola pallida, che null’altro solletica se non l’inettitudine, la resa, l’attesa (messianica) di sieri benedetti o di improvvise soluzioni salvifiche calate dal potente di turno. Resilienza per affermare il cambiamento senza in realtà cambiare nulla o per tornare come prima, reprimendo tutto ciò che è contrario o in contraddizione con la dichiarata fanatica volontà di ripartire (e andare dove?). Il successo di questo termine è tale che si è sentito il bisogno di introdurlo nel principale documento di programmazione economica governativo, tanto roboante nel titolo quanto vano e insultante nei contenuti: “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”. Quel che va colto essenzialmente è il messaggio pedagogico dietro tale scelta terminologico-linguistica: ci è chiesto esplicitamente di non opporci con forza, di non lottare, di accettare supini le soluzioni proposte/imposte dal taumaturgico governo. Come le canne al vento, “resiliente” è chi si china obbediente, in silenzio, con un sorriso quasi imbecille. “Resiliente” è chi non frappone ostacoli, chi è già spezzato prima ancora di piegarsi, chi non si indigna e nemmeno avverte il bisogno istintivo di non porgere sempre l’altra guancia dinanzi al sopruso più crudele. In tempi di neolingua e di ricombinazione genetica del genere umano ci accorgiamo con stupore nullo di quanto questo termine delinei non già un atteggiamento o un criterio di valutazione delle cose e delle persone, quanto piuttosto una nuova configurazione mentale e una completa concezione dell’esistenza umana. Fulvio Abbate (in foto), con un acuto lanciato di recente su un quotidiano nazionale, ha ben bollato la “resilienza” come “la parola giusta per criceti medi”. Potremmo ben accodarci all’azzeccato anatema.

di Gianluca Kamal                                                                            

Redazione

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