Dizionario della nuova normalità: mascherina

Per un’epoca, la nostra, che si nutre di feticci più che di simboli, di mode più che di miti, di leggende trash più che di storie vere, non può stupire che a dominare la convivenza civile e a mediare il linguaggio della nuova normalità fosse una maschera. Introdottone l’utilizzo obbligatorio sin dagli ultimi giorni di lockdown, poi moderatone la “stretta raccomandazione” alla fine dello scorso giugno, perlomeno all’aperto, il fetido cencio è divenuto parte di noi. Un’abitudine così introiettata tanto che al venir meno dell’obbligo negli spazi aperti in moltissimi, praticamente tutti, non ne hanno saputo fare a meno, preferendo negarsi persino quell’elemosina di libertà concessa loro dal potere. Un Paese che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere i volti dei propri cittadini è, quindi, un Paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica. In questo spazio vuoto, sottoposto ovunque ad un controllo senza limiti, a muoversi sono individui isolati gli uni dagli altri, che hanno rescisso il legame sensibile con la comunità di appartenenza. Senza appartenere nemmeno più a se stessi, per giunta. Solo l’uomo, nell’universo animale, ha un volto, solo l’uomo fa del suo apparire e del suo comunicarsi agli altri uomini la propria esperienza fondamentale, lì, nel volto, risiede la verità di ogni singolo. Per questo il volto è il luogo della politica. L’uomo vuole riconoscersi ed essere riconosciuto, e trasforma con ciò quello spazio aperto in un dinamico luogo di dialettica politica. Nulla forse di più potente e rivelatore come messaggio caratterizzante di volti coperti da maschere per farci comprendere l’essenza più intima della grande mutazione (transumana?) in atto.

di Gianluca Kamal

Redazione

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