Dizionario della nuova normalità: contagio

Alla base dello stato d’eccezione nel quale oggi ci troviamo, c’è il concetto di contagio, rivisitato dal linguaggio corrente supporto e sostanza della narrazione pandemica dominante. L’idea, estranea alla medicina ippocratica, ha il suo primo inconsapevole precursore durante l’ondata di pestilenze che tra il ‘500 e il ‘600 devastarono alcune città italiane. Emerge la figura dell’untore, descritta dal Manzoni (in foto) tanto nel suo romanzo che nel saggio sulla “Storia della colonna infame”.  Alla luce delle disposizioni governative adottate in quasi due anni di emergenza, ogni individuo è di fatto trasformato in un potenziale untore, alla stregua di quanto accadde per il terrorismo allorché ogni cittadino poteva essere considerato di fatto e di diritto un potenziale terrorista. Quali le conseguenze sul piano etico e sociale di simili degenerazioni dei rapporti tra gli uomini? Se è il contagio, e i rischi che si porta appresso, il criterio con il quale s’intende la vita sociale e i confini entro i quali essa deve definirsi, l’altro uomo, chiunque egli sia, anche una persona cara, non dev’essere né avvicinato né toccato e occorre anzi mettere fra noi e lui una distanza “di sicurezza”. E’ l’abolizione della prossimità. L’unica soluzione diviene dunque quella di chiudere spazi e luoghi di aggregazione, che si smetta di riunirsi e parlare per le più svariate ragioni e ci si scambino soltanto messaggi “da remoto”, permettendo così alle macchine di sostituire ogni contatto, ogni contagio, fra gli esseri umani.

di Gianluca Kamal

Redazione

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