Vienna e il bombardamento dannunziano di tricolori

“Si sogna e si disegna un velivolo di forza triplice, robusto e rapido, armato a prua e a poppa: una squadriglia formidabile capace di gettare su Schoenbrun diecimila chilogrammi di tritolo”. Come d’Annunzio vergò, nel giugno del 1916, nella “Licenza” alla “Leda senza cigno”, così nacque l’idea del “folle volo” su Vienna che di lì a due anni avrebbe costituito una delle azioni più temerarie e romantiche della Prima guerra mondiale e probabilmente della storia militare, perlomeno italiana. Dapprima, anche in conseguenza dei drammatici bombardamenti austriaci che avevano annerito il cielo sopra alcune città del nord-est (Venezia, Padova, Treviso, Vicenza), il volo venne pensato in termini specificatamente militari: si trattava di sganciare sulla capitale dell’Impero le famose 10 tonnellate di bombe. Dopo alterne vicende e il fallimento di alcuni tentativi, finalmente alle 5.15 del 9 agosto 1918 la Squadriglia composta da 11 S.V.A. si alzò dal campo di San Pelagio, luogo segreto, mistico e ardente amato dal Vate, diretto a Vienna.

Un volo difficile, reso ancora più arduo dal Comando supremo con i suoi iniziali rifiuti oltre che dall’oggettiva complessità tecnica dell’azione (un volo di più di 1000 km, in pieno territorio nemico). Soltanto dopo l’insistenza del Vate venne dato il via libera definitivo a quello che sarebbe dovuto essere nient’altro che un’iniziativa a “carattere strettamente politico e dimostrativo, senza quindi recare qualsiasi offesa alla città” (ordine n.69, fatto pervenire alla Squadriglia il 29 luglio 1918). Ma l’importante è volare. E stupire.

Alle 9.15 della mattina del 9 agosto, i 7 aerei degli 11 totali alzatisi in volo, con alla testa lo S.V.A. di d’Annunzio e pilotato dal tenente Natale Palli, arrivarono in formazione sui cieli di Vienna. Una città inerme, impreparata ad un possibile attacco, con i cittadini, in prevalenza donne e anziani, indaffarati nella loro vita quotidiana. Le foto scattate dai protagonisti ci mostrano un certo traffico e persino l’esistenza di code. Ma è tra lo stupore e lo spavento generali che da quegli aerei non piovvero quei “diecimila chilogrammi di tritolo”, bensì grappoli di volantini tricolori: 50mila in italiano, contenenti un testo del Poeta, altri 350mila in tedesco, con un celebre scritto del giornalista Ugo Ojetti.

“In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente incomincia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi apparisce all’improvviso come indizio del destino che si volge. Il destino si volge. Si volge verso di noi con una certezza di ferro. E’ passata per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta. La vostra ora è passata. Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina e predominerà sino alla fine…”

Un volo di pace in tempo di guerra. Un “bombardamento” di parole, come forse soltanto il poliedrico genio di quel grande italiano poteva concepire e tradurre poi in azione concreta. Se in fondo ad ogni gesto, eroico o meno esso sia stato nella storia degli uomini, vi è una lezione da tramandare ci accorgiamo come con quel “folle volo” d’Annunzio abbia insegnato all’Italia di tutti i tempi e generazioni a non abdicare all’azione, osare temerariamente con quell’atteggiamento irrequieto di chi non può e non vuole rinchiudersi in ruoli definiti dall’ordine costituito, intollerante alle sovrapposizioni di uomini di lettere e uomini d’arme. Oggi come nel 2018 (centenario dell’impresa), però, il film si ripete. Non una commemorazione, non un ricordo. Nulla per quell’uomo che resuscitò persino nel nemico l’immagine dell’eroe italiano. L’afflizione pandemica c’entra poco.

Non resta, per lui e per molti altri, che raccoglierne il testimone e rinnovarne lo spirito. “Anche attraverso l’inferno”.

di Gianluca Kamal

Redazione

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