Dizionario della nuova normalità: asintomatico

Termine quasi esaustivo per una migliore definizione della contemporaneità. Per Ippocrate, nella Grecia antica, non poteva sussistere malattia senza sintomo. Fu il primo a introdurre nella scienza medica il concetto di diagnosi e prognosi, come squilibrio delle forze naturali insite nell’uomo, ovvero le stesse che poi dovevano curarlo. Il male quindi, per il greco, veniva da dentro, non da fuori, ed esso, secondo la Physis, dava immancabilmente segni esteriori secondo il motto: così all’interno così all’esterno, ciò che è nell’anima è anche nel corpo. La visione attraversò i secoli passando per Galeno fino ad arrivare a Paracelso (in foto) con la sua teoria delle corrispondenze la quale declamava: “tutto ciò che la natura dà alla luce, si forma secondo l’essenza della virtù inerente ad essa”. L’aspetto esteriore è quindi l’espressione perfetta e inscindibile di una funzione interiore. Il secolo XXI ha voluto separare in modo insanabile il livello dell’anima da quello del corpo, sentenziando che si può essere malati senza sintomi, il che è come dire che si può essere senza essere. Un po’ come la follia moderna di individuare terzi, quarti e quinti generi che non esistono nel corpo. La scissione dell’uomo è alla base della vera patologia sociale e culturale di questo secolo: separare interiore da esteriore, psichico da corporeo, che ha portato, in ultimo, all’invenzione di una malattia senza malattia. Homo homini virus, si potrebbe oggi dire. L’altro non è più il nostro prossimo ma l’untore, in una società di appestati che possono contagiarsi. Non esiste più il portatore sano, ma il malato asintomatico, per cui se tutti siamo potenziali malati asintomatici, da portatori di diritti diventiamo tutti potenziali malati da dover curare, perché è in gioco la vita degli altri, in una società nella quale la politica parla il lessico della medicina e traduce norme mediche sul piano politico.

di Gianluca Kamal

Redazione

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