L’educazione delle masse nel pensiero premarxista di Antonio Labriola

Il filosofo cassinate Antonio Labriola (1843-1904) è considerato dalla storiografia il caposcuola dell’italo-marxismo, corrente di pensiero che ha contribuito ad innervare l’ideologia del socialismo scientifico marxiano nell’alveo della cultura nazionale dell’Italia post-unitaria. Per alcuni Labriola è stato un marxista ortodosso, perfino più dell’austromarxista Karl Kautsky, per altri invece egli appare come un campione del revisionismo, arrivato al marxismo passando per esperienze politiche e culturali personalissime che hanno poi, per forza di cose, influenzato la sua concezione ed elaborazione della dottrina del filosofo di Treviri.

Una di queste esperienze “personalissime” fu quella dei primi anni d’attività di Labriola, legati a filo doppio con quella particolare declinazione del liberalismo propria della scuola napoletana di Bertrando Spaventa e con l’esperienza politica della destra antitrasformista. Proprio su questa fase, terminata all’inizio degli anni ’80 con l’adesione di Labriola ai postulati della sinistra democratico-radicale, si concentra questo scritto. Quello del Labriola “spaventiano” è infatti un pensiero da riscoprire vista la sua attenzione alla formazione d’una élite politico-culturale nell’Italia unita ed al ruolo etico che egli affida allo Stato nell’ambito di un processo di nazionalizzazione delle masse urbane.

I problemi posti dalla mancata – o comunque molto limitata – partecipazione popolare al processo risorgimentale erano di natura certamente politica e, come fondamentale retroterra, anche economica e sociale. A partire dal 1871 Labriola, che era partecipe osservatore delle difficoltà incontrate dal nuovo Stato unitario ad affermarsi tra i ceti popolari, in saggi filosofici ed articoli politici pubblicati su giornali d’orientamento moderato e conservatore tra i quali “Il Piccolo” di Rocco De Zerbi, “L’Unità Nazionale” di Ruggero Bonghi, il “Monitore” di Bologna e “La Nazione” di Firenze, espresse la necessità di un intervento attivo in chiave pedagogica dello Stato sul terreno dell’educazione delle masse.

L’idea labrioliana di “Stato etico” si esplica sul doppio binario della formazione di una classe dirigente realmente nazionale, di altissimo profilo intellettuale e morale, animata dal desiderio di rafforzare il giovane Regno d’Italia, e su quello del contrasto al tentativo d’espropriazione “monopolistica” della Chiesa cattolica sull’istruzione di massa. La concezione dello Stato, elitista e laica, di Labriola assomiglia in tutto e per tutto a quella del suo maestro Bertrando Spaventa, con la sua teoria della «ordinata e corretta» ascensione sociale delle masse in seno alla comunità nazionale italiana nata dal Risorgimento. Il gruppo facente capo a Spaventa (e che successivamente si raggrupperà attorno ad Antonio Starabba di Rudinì) è identificato come il settore rigidamente laicista della Destra Storica e quindi come quello più propenso ad accogliere istanze di stampo etico-hegeliano ed anticlericale.   

L’eticismo statualista di Labriola è un sistema sincretico tra l’hegelismo tedesco (importato in Italia da Spaventa) ed il realismo post-herbartiano diffusosi nell’ambiente culturale napoletano. Lo Stato dunque è la trasposizione del “dover-essere”, norma morale insindacabile, “scuola” e “diffusione dei lumi” prima ancora che un insieme di istituti giuridico-coercitivi o il garante delle libertà individuali come invece la frangia maggioritaria del liberal-conservatorismo italiano riteneva. Anche nella Völkerpsychologie,con la sua indagine sulla formazione dello “spirito collettivo” di un popolo, Labriola trovò importanti spunti per cogliere le modalità storico-genetiche concrete e non trascendenti del popolo italiano e, da qui, per costruire una sua “pedagogia nazionale” attraverso una trasformazione generalizzata del carattere resa possibile dall’educazione e rendere così costume l’agire moralmente ispirato.

Insomma, per Antonio Labriola il cardine della riflessione politica è l’idea della «funzione preminentemente pedagogica dello Stato entro una prospettiva d’interpretazione della società sostanzialmente organicistica» come dimostrato da Stefano Miccolis e dunque non è tanto animata dal mito della “autoeducazione” del singolo (come pure qualche studioso aveva lasciato intendere) quanto dall’attribuzione all’élite politico-culturale del Regno della funzione pedagogica comunitaria, una «educazione affidata ai migliori» anche sul piano sociale.

L’obiettivo della “pedagogia nazionale”, per il Labriola filosofo hegeliano e militante politico dell’Unione Liberale del nazionalista e militarista Rocco De Zerbi (anche lui proveniente dalla destra dirudiniana), è quello di formare una comunità consapevole (la «plebe che si fa popolo») che si riconosca nello Stato unitario e ne avverta l’utilità; resta dunque aperto in Labriola il problema dazegliano di «fare gli Italiani» ma con una prospettiva che, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 abbandona l’ideologia del mito risorgimentale e si avvicina alle istanze dezerbiane di risoluzione della questione sociale attraverso interventi di tipo tecnico.

Questa svolta del pensiero labrioliano – figlia di una riflessione impietosa sulla sproporzione tra l’altezza dell’ideale rappresentato dallo Stato unitario monarchico e la bassezza della pratica politica quotidiana e della mancata risoluzione della questione sociale – avvicinò il filosofo di Cassino a quel blocco composito formato dalla destra nazional-conservatrice e dagli ex garibaldini convertiti all’imperialismo crispino, fronte sviluppatosi con la convinzione che la conclusione del processo unitario nazionale avesse comportato la chiusura di un ciclo politico e ideale, nel senso che il compito primario fosse ora concentrato sulla soluzione di tipo tecnico e pratico delle questioni della vita sociale, abbandonati, perché risolti nell’assetto unitario, i grandi temi ideologici e politici caratteristici della fase risorgimentale.

Era questo il “minimo comun denominatore” politico-ideologico che sarebbe poi sfociato nelle critiche “bizantiniste” al parlamentarismo ed all’assetto sociale stabilizzatosi con l’unità ed alle criticità strutturali che i primi vent’anni di vita dello Stato non avevano risolto. Le critiche al sistema politico-statale nato dalla rivoluzione parlamentare del 1876, con il conseguente passaggio all’opposizione della Destra ed alla genesi del trasformismo di Agostino Depretis, prenderanno due strade differenti: la prima sfocerà nel crispismo, la seconda verrà invece percorsa da Labriola che, nella sua critica allo Stato “reale”, così diverso dal suo teorizzato “dover-essere”, sceglierà di sposare la causa dell’Estrema Sinistra Storica sulle posizioni della democrazia radicale prima e del socialismo poi.

L’esperienza conservatrice di Labriola termina dunque con la delusione per il frutto del processo risorgimentale, con la certezza ormai acclarata – ma, con il senno di poi, errata – del fatto che la “rivoluzione nazionale” sarebbe rimasta incompiuta e che la classe dirigente non si sarebbe sobbarcata la responsabilità di educare le masse, in specie quelle urbane.

La scissione tra le riflessioni pedagogiche e quelle politiche del Labriola non sarà solo il frutto della sua adesione al marxismo e dell’abbandono della prospettiva interclassista di “popolo consapevole”, ma anche della difficoltà incontrata nell’individuazione della “funzione etica” dello Stato di fronte al prepotente ingresso della questione sociale nell’agenda politica dell’Italia unita. Tuttavia proprio l’esperienza liberal-nazionale di Antonio Labriola inciderà sulla formazione – più di quanto si pensi – della “variante italiana” del marxismo. Ed è altrettanto importante recuperare oggi, per chi proviene dal mondo del “vario nazionalismo” italiano di volpiana memoria, la prospettiva conservatrice ed elitista della “rivoluzione italiana” e della “pedagogia nazionale” di Antonio Labriola, che può essere interpretata come propedeutica alla definitiva nazionalizzazione delle masse in Italia ed alla loro partecipazione alla vita politica, culturale ed economica nazionale sotto l’egida dello Stato.

di Filippo Del Monte

Redazione

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