La crisi della Chiesa non è un pranzo di gala

Tempo fa lessi una riflessione che permane tutt’oggi impressa a chiare lettere nella mia mente “il Cattolicesimo è una cosa seria. Ne consegue che tutto ciò che è stupido non può essere cattolico”. Come spesso capita, l’unica cosa che non ricordo di tale massima è chi effettivamente l’abbia proferita e, semmai dovesse leggere queste scarne righe, mi scuso sin d’ora per non averlo citato. Ad ogni modo, accettando la veridicità di quest’asserzione al riguardo del Corpo Mistico di Nostro Signore Gesù Cristo (tale è lo statuto ontologico della Chiesa) , ogni analisi, concettualizzazione e financo parola concernente la Chiesa cattolica dovrebbe essere ammantata di totale serietà argomentativa.

Eppure digitando crisi della Chiesa su un motore di ricerca qualsiasi, non è certamente di serietà l’impressione che traspare sull’argomento. Blogger deliranti, sacerdoti in rotta di collisione con se stessi prima che con qualsiasi altro, ipotesi di dubbi scismi  e ancor più fantasiose vacanze di sedi. Insomma, quasi tutti sembrano essere d’accordo sul fatto che la Chiesa stia attraversando una grande crisi ma in ben pochi appaiono capaci di darle coordinate fondate su solide basi argomentative. Lo  svuotamento costante dei seminari, il numero sempre più basso di ordinati e consacrati nell’alveo occidentale del mondo, l’osservanza cattolica ridotta a percentuali ridicole pressoché in qualsiasi luogo del globo all’infuori di alcuni paesi africani,  sono fatti ed in quanto tali evidenti ad occhio nudo.
Tuttavia dare fondatezza e individuare principi alla base di questi numeri risulta impresa estremamente ardua oltre che sgradevole per molti di coloro che si imbarcano in una simile impresa.

Da parte dei Sacri Palazzi, l’accenno alla questione è sempre tentennante: in fondo vi è piena comprensione del dibattito che sui sagrati vede al centro il Concilio Vaticano II. Per taluni esso è stato applicato poco e male, per altri la sua presunta apertura si è ridotta a un ripiegamento, una retrocessione sul campo culturale e sociale della Chiesa. Quell’invito cogliere i segni dei tempi che si augurava Giovanni XXIII all’apertura del Concilio è divenuto perno dell’ermeneutica sui risultati da questo ottenuti e accomuna chi crede che i suoi effetti abbiano effettivamente detronizzato Gesù Cristo dalle società umane (secondo la fortunata formula di monsignor Marcel Lefebvre) e chi pensa sia stata a tutti gli effetti una rivoluzione mancata (a detta di Hans Küng, che ha abbandonato la vita terrena ai primi di aprile).
Quel che sembra certo è che interrogarsi sugli esiti pastorali di un Concilio che, per la prima volta nella storia, si è detto pastorale (come rammentato nell’Udienza generale del 12 gennaio 1966 da Papa Paolo VI) risulti quanto mai opportuno al fine di tracciarne un risultato.

Se quindi le svolte che la Chiesa cattolica intraprese sul versante liturgico (costituzione Sacrosantum Concilium), ecclesiologico (Lumen Gentium), esegetico (Dei Verbum) e storico-politico (Gaudium et spes) fossero necessarie o frutto soltanto del proposito di riconquistare un mondo che forse non si allontanava in maniera violenta dalla Fede per l’insegnamento sulla libertà religiosa o l’ecumenismo.
Non posso tuttavia fare a meno di notare che il più di quel che si legge sul tema difficilmente tocca, anche remotamente, tali aspetti, preferendo buttarsi in assurde notazioni di costume (il più di quanto scritto da Il Foglio in merito), presunte crociate contro la corruzione del Papa ostacolate da non meglio chiarite lobby conservatrici (oggetto dell’ennesimo servizio di Report), lamentele sull’eccessiva attenzione agli stranieri (“e chi pensa in sagrestia agli italiani” tuona l’editoriale medio de Il Giornale).
Che dire, non c’è di che stupirsi che nel mondo là fuori divampino seguaci di novelli Zenoni brancaleoneschi che affermano di parlare per conto di santi e di riconoscere in Benedetto XVI il pontefice regnante.
Grottesche parodie delle tesi sedevacantiste che animano da decenni il dibattito interno al Cattolicesimo tradizionalista, spesso a loro volta sedute in un inedito equilibrio di argomentazioni cervellotiche e superficialità che presta il fianco alla confusione che continua a regnare sovrana tra i cattolici.

Tra tante dispute sull’autorità pontificia restano tragicamente inevase cause della crisi della Chiesa che vedano puntare il dito sulla formazione inesistente dei (pochi) seminaristi e sulla loro mancata scrematura quando inadeguati per il sacerdozio; sul silenzio imbarazzante circa la teologia morale nei catechismi e nelle preparazioni al matrimonio per le coppie (che di norma, hanno sentito parlare del peccato di fornicazione solo in opere letterarie) ; il glissare su qualsiasi aspetto devozionale da parte dei parroci nelle omelie il più delle volte costellate di virtuosismi o ridotte a lezioncine di educazione civica per le, sagacemente, Benedetto XVI arrivava a dire che erano prova del carisma di verità della Chiesa in quanto sopravvivente a milioni di omelie pronunciate la domenica.
Perché la crisi della Chiesa presenta epifenomeni che si diramano molto lontano fino ad arrivare al nostro naso di semplici fedeli chiamati, per amor del benevolo giogo di Cristo, a reagirvi prontamente per quanto il più delle volte guardiamo dall’altra parte.

Al punto che preferiamo costruirci “chiese” parallele e su nostra perfetta misura, astrazioni che permettano a noi e alle nostre filther bubble  sui social network (ma già prima ci si arrangiava con i forum) che siamo gli unici cattolici autentici indiscutibilmente migliori di chi ha la Grazia di credere e praticare la Fede cattolica ma con gli strumenti manchevoli che spesso si incontrano nelle parrocchie. Perché la crisi della Chiesa in definitiva siamo anche tutti noi, silenti, tracotanti, settari quando dimentichiamo la preziosa lezione di Sant’Ambrogio da Milano: Tieni saldo il timone della fede in modo che le violente tempeste di questo mondo non possano turbare il suo corso. Il mare è davvero grande, sconfinato; ma non aver paura, perché “È lui che l’ha fondata sui mari, e sui fiumi l’ha stabilita” (Salmo 23, 2). Perciò non senza motivo, fra le tante correnti del mondo, la Chiesa resta immobile, costruita sulla pietra apostolica, e rimane sul suo fondamento incrollabile contro l’infuriare del mare in tempesta. È battuta dalle onde ma non è scossa e, sebbene di frequente gli elementi di questo mondo infrangendosi echeggino con grande fragore, essa ha tuttavia un porto sicurissimo di salvezza dove accogliere chi è affaticato(Lettere 2,1-2. 4-5).

di Lorenzo Roselli

Redazione

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