Kabul non è Saigon, ma la sconfitta costa cara all’Italia

Non c’è l’assalto disperato agli elicotteri sul tetto dell’ambasciata americana di Saigon, ma la visione delle fila di interpreti e collaboratori afghani con famiglie al seguito che attendono di essere imbarcati sugli aerei che li porteranno in Europa e negli Usa per sottrarli a possibili vendette trasmette la medesima drammaticità e, soprattutto, la stessa amara sensazione di sconfitta. Almeno 18mila gli afghani che hanno fatto richiesta del visto per gli Usa, 3mila quelli che sperano di arrivare nel Regno Unito. Si chiude così la ventennale campagna a guida statunitense in Afghanistan, con un fallimento che solo la scarsa attenzione dei media riesce ad attenuare, ma non a nascondere completamente.

Dopo aver piegato la Gran Bretagna imperiale e l’Unione Sovietica, questa volta gli irregolari afghani costringono la superpotenza a stelle e strisce a fare i conti con un doppio fallimento, militare e politico. Washington dopo aver salutato la palude afghana come il “Vietnam russo” oggi si trova nella medesima situazione di Mosca nel 1989, costretta a fingere di andar via dal Paese lasciandosi alle spalle un governo e delle forze di sicurezza in grado di reggere alla prevedibile spallata dei Talebani e delle altre forze islamiste. Un obiettivo che, al momento, appare davvero improbabile da raggiungere. La sconfitta è dunque in primo luogo militare – non meno grave di quella subita in Vietnam, ma fortunatamente meno costosa sotto il profilo delle perdite umane – ma anche politica: l’obiettivo di conquistare “cuori e menti” degli afghani è evidentemente fallito.

Sulle cause profonde di questo fallimento è già vivo il dibattito tra gli addetti ai lavori, anche se forse in questo momento più interessante è ragionare sulle possibili conseguenze della disastrosa conclusione della ventennale campagna afghana. Conseguenze che Gianandrea Gaiani sintetizza in maniera lapidaria: L’impatto di questa sconfitta sarà devastante per l’Occidente e i suoi interessi e galvanizzerà i jihadisti in tutto il mondo, inclusa l’Europa: meglio quindi non parlarne”.

A pagare il conto della sconfitta c’è, purtroppo, anche l’Italia. Quello pagato in Afghanistan è il dazio più pesante che in 76 anni di storia repubblicana il vassallo italiano ha dovuto offrire al dominus d’oltreoceano: 54 caduti, circa 700 feriti, poco meno di dieci miliardi di euro di costi per le casse statali. Non sorprende che la cerimonia di ammainabandiera tenutasi martedì scorso nella base di Herat si sia svolta in tono dimesso, a dispetto della presenza del ministro della Difesa Guerini. Del resto toni bassi e “discrezione” hanno caratterizzato tutta la presenza italiana in Afghanistan, una missione di pace che tante volte ha visto i nostri militari combattere – e duramente – contro insorti ed oppositori del governo di Kabul. Quanto poco pacifica sia stata la missione italiana lo testimonia l’alto numero di feriti in combattimento, molti di più di quelli – circa 150, i più gravi – conteggiati in un primo momento.

Troppi, comunque, per una missione che si voleva di pace, per non turbare un’opinione pubblica ormai aliena da ogni idea di impiego della forza, per inerzia di una classe politica incapace di immaginare che la tutela degli interessi nazionali – e difficilmente il caso afghano rientra tra questi – possa comportare l’utilizzo dello strumento militare in operazioni di combattimento e non di distribuzione di caramelle ai bambini. Classe politica tuttavia costretta ad ingoiare il boccone amaro della partecipazione all’impresa afghana per non irritare la sensibilità del dominus statunitense, bisognoso non tanto delle truppe – invero solitamente apprezzate per il loro contributo militare – quanto di far mostra della più ampia partecipazione possibile alla “crociata” contro il terrorismo islamico.

Crociata che dopo venti anni si avvia ad una mesta conclusione. Non sarà il Vietnam, ma di certo è una sconfitta. Anche per l’Italia. Ora non resta altro da fare che rientrare in Patria, portando con sé 270 collaboratori afghani e le loro famiglie, mentre altri 400 che a vario titolo hanno collaborato con le forze armate italiane sono ancora in attesa del visto. C’è da sperare che non saranno abbandonati.

Clemente Ultimo

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