La didattica a distanza ha creato un vuoto profondo

C’è qualcosa che non funziona, ma cosa? In quell’errore di connessione; nell’incomprensione della domanda, nel disattivare la webcam quando non si ha una risposta; nella modalità, nel vuoto relazionale e nella proporzionale ricaduta culturale; nel programma di studio di ogni altro anno ma con parole nel microfono; nella sveglia sempre alle 8:30 ma diversamente che se fosse stata da casa a scuola piuttosto che da camera a cucina…c’è qualcosa che non funziona, ma cosa? Uno spaesamento non salutare accompagna la riflessione, che non coinvolge solo una generazione (quella che ha usufruito della didattica a distanza), ma tutta la realtà anagrafica. Perché la questione scuola è la questione dell’ultima forma di non menzogna che sopravviveva ai tempi moderni e che ora, pure quella, è diventata finzione. E perciò è una questione di tutti.

Abbiamo tentato, almeno dalla rivoluzione industriale, di modificare ogni forma, di plasticizzare anche la più grezza delle materie, di flettere la realtà alla nostra comodità; ma una cosa rimaneva vergine ed era l’aula: porzione piccola di un più grande scenario, quello educativo. In aula, infatti, non si poteva fingere di aver studiato, se non era stato aperto il libro nel pomeriggio precedente. Si poteva e doveva fallire nell’interrogazione, imparando lo smacco del cattivo voto. In aula si doveva stare attenti e sentire senza dormire, perché alla terza volta che si dorme sul banco, la fedina penale scolastica è sporca e la sospensione ineluttabilmente decide la bocciatura e la villeggiatura estiva. Ora cosa rimane? Nulla. Si può leggere su Google la risposta alla domanda durante l’interrogazione, fissando comodamente la webcam. Non si ha più il coraggio goliardico di rischiare, né la faccia disperata del fallimento. La faccia, in fondo, è inutile, perché i pixel possono sempre sfocarla. Si può dormire facendo finta che il collegamento è saltato; si può ascoltare ma non lo si fa mai perché intanto c’è Internet a disposizione; ed infine si sta in mezzo a tutti, senza che questo significhi sentirsi meno soli perché c’è uno schermo a separare le persone.

La sola istituzione che tutto sommato ancora innervava la comunità ad una qualche vecchia forma di dinamismo partecipativo, la scuola, è stata risucchiata senza sconti dalla tecnica che tutto risolve e che soprattutto tutto sistema ed ha macchiato, corrotto, inevitabilmente abbassato la verità relazionale e umana di giovani ignari del tutto.

Qualche parola sulla didattica a distanza anche da Anthony La Mantia, presidente nazionale di Azione Studentesca.

Anthony, la didattica a distanza ha comportato un’alterazione della normale modalità d’insegnamento?

Sì, senza ombra di dubbio e in chiave negativa. Più che le lezioni, anch’esse relegate alla dimensione digitale e quindi carenti in efficienza, penso alle verifiche e alle interrogazioni. È da esse, infatti, che dipende la valutazione dello studente, nonché il lavoro svolto dai docenti stessi. Le modalità del loro svolgimento imposte dalla DAD ne hanno compromesso gran parte degli aspetti, a partire dal criterio di valutazione per i professori e dalla correlata attitudine allo studio per i ragazzi. Riassumendo: dalle lezioni fino alle verifiche, la didattica così impostata si è vista compromessa nei suoi aspetti fondamentali, arrivando a minare la valenza stessa di un intero anno scolastico.

Come ha inciso dal punto di vista tecnico e come dal punto di vista relazionale?

Per quanto riguarda l’ambito tecnico, oltre a quanto detto nella prima risposta, come Azione Studentesca abbiamo denunciato, sin dal principio dell’emergenza, l’incapacità di fornire il materiale digitale agli studenti che ne erano privi. In un mondo che vive nella più totale digitalizzazione, dove si promuovono bonus per monopattini e l’unica soluzione offerta per la scuola sono stati dei banchi a rotelle (che hanno fatto la fine che tutti sappiamo!), è impensabile che non si riesca a concepire di fornire tablet e portatili agli studenti in difficoltà. L’aspetto relazionale vede invece lo smantellarsi di un confronto che prima di essere professionale, amichevole e studentesco, è umano. Le aule (dove le amicizie di una vita, la crescita culturale e umana degli studenti si formano e vengono nutrite) non saranno mai sostituibili da una videochiamata.

Si è venuto a creare un gap irrimediabile in questo anno e mezzo di didattica a distanza?

Sì. Come Azione Studentesca abbiamo più volte fornito, riprendendo sondaggi e studi di varie associazioni, i dati che più delineano i danni causati dalla DAD. Per ultimo, a metà maggio, abbiamo denunciato l’abbandono delle lezioni di 200mila studenti prima della conclusione dell’anno scolastico, per non parlare del preoccupante incremento, tra i ragazzi, dell’uso di sostanze stupefacenti (da un sondaggio di skuola.net) a partire dall’inizio della pandemia. Il gap, in ogni caso, è facilmente inquadrabile anche solo pensando a quanti milioni di studenti si sono ritrovati, e forse ancora per un po’ si ritroveranno, in questa dimensione in cui è stata relegata la scuola.

Se ne uscirà?

Uscirne è molto difficile. La nostra visione, posta dal punto di vista più oggettivo (i fatti e i numeri del tema parlano da soli), è basata sull’importanza di leggere il fenomeno in chiave di prospettiva futura. Spesso, infatti, si tende a limitare lo sguardo al presente, ma non può essere questo il solo filtro per leggere quanto succede. Guardando al futuro, infatti, è inevitabile evidenziare il fatto che una generazione di studenti (che saranno gli adulti e, ci auguriamo, i lavoratori del domani!) ha perso per sempre uno degli aspetti fondamentali della propria gioventù. Alterare, se non quando compromettere, il percorso scolastico e di crescita umana di una generazione, vedrà manifestarsi i relativi ed inevitabili danni a distanza di anni. È questo l’aspetto, da molti sottovalutato, più preoccupante.

di Elena Caracciolo

Redazione

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