“Da Venezia a Istanbul” e ora ancora più in là. Perchè Battiato non è morto

Ora è “nelle zone più alte”, in uno dei suoi “regni di quiete”, Franco Battiato.

Ha lasciato stamane questo “ciclo di vite”; ma ne sta già iniziando un altro, lui, che nell’impianto del tempo è nietzscheiano, orfico e pitagoreo. Nello sforzo maieutico di partorirsi nuovo, di emanciparsi anima e corpo dalle brutture di questo mondo che era giunto all’esagerazione etica ed estetica, il cantautore siciliano sta ora snocciolando, chissà, la folata di questa vita che si porta addosso assieme a tutte le sue contraddizioni e pensando ad una nuova rotta “Venezia-Istanbul” per nuove forme da modellare o per nuovi corpi in cui trasmigrare. E sarà fortunato, il corpo grezzo di cui si impossesserà lo spirito di Franco Battiato: diventerà la dimora di un pensiero che si spinge continuamente al confine tra il nichilismo e l’esistenzialismo. Esistenzialismo, sì, lo si vuole forse negare?

Il nichilismo cui Franco Battiato, da sempre, si abbevera, è alimentato dalla sconsacrazione dei valori, dagli “abusi di potere”, dai “pensieri associativi” che fanno volare bassa la mente, “dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo”, “da certi capi allora e oggi, e certe masse: fantasmi che attraversano la strada”: è un nichilismo supportato dall’esperienza porzionale di una “povera Patria”, che diventa sineddoche per un mondo che nel totale è attraversato da nemici imbattibili per il solo fatto che “è sicuro, sono dentro di noi!”. Ma è un nichilismo che non si ferma alla decadenza e alla rassegnazione. Non si arrende alla musica dell’organo da Chiesa quando fa l’ultima nota. È un nichilismo lacerato, maltrattato, trasudato e infine convertito. Qui la forza che trova “l’alba dentro l’imbrunire” e traina a pensieri compiutamente esposti al gioco del divenire in cui farsi attori e mai solo superuomini.

E in certe fasi della vita stessa dell’autore, più palingenetiche di altre, infatti, il nichilismo trova sfogo in un esistenzialismo prepotente.  L’esistenzialismo delle correnti della vita che si generano e rigenerano a partire da quell’ “orizzonte di gettatezza in cui ci si trova, per trasformarsi poi in tutto quel che viene.

Se non fosse stato esistenzialista, se si fosse arreso al dettame del nichilismo, Franco Battiato non avrebbe mai inseguito ritornelli fino ai confini della Persia, tra le “Strade dell’Est”; non avrebbe mai avuto quell’estro musicale declinato in mille generi sperimentali e tutti iniziati da una particolare condizione prima sociologica e poi artistica. Non può non essere esistenzialista colui che si è elevato sempre, con quel suo retino accalappiaparole, per cieli contagiosi “di lacca e madreperla”, preda di “desideri che non invecchiano”; non può non essere esistenzialista colui che, sebbene schifato dal procedere del mondo così avvilente negli annidi del “dogmatico rispetto verso le istituzioni”, ha cantato “la fantasia dei popoli”, “la civiltà più alta dei Sumeri, l’arte cuneiforme degli Scribi”, ha sentito sempre “il bisogno di una propria evoluzione” e, vivendo fasi di “stranizza d’amuri” o più labili tempi di “coesistenza materiale”, ha soprattutto cantato “Sorge”, quella che per Heidegger è la cifra di tutti gli esistenziali. La cura.

Cura come concetto totale da cui, oggi più che mai, ci sentiamo abbracciati e cullati, noi, “scemi che si muovono”, che sconti ne abbiamo ricevuti, eccome se ne abbiamo ricevuti, avendo potuto, pur dal modesto della nostra stazza, nutrirci della bellezza che ci si è incondizionatamente elargita attraverso la musica del genio. E, animali insaziabili come siamo, “che si prendono tutto, anche il caffè”, ormai siamo abituati a questo democratico dono e non possiamo certo rinunciarvici, così, improvvisamente. Ma per fortuna, questo, Franco Battiato lo sa. Perciò rinasca presto, si reincarni in chi crede e vada dove vuole: noi, tanto, “la veniamo a cercare”.

di Elena Caracciolo

Redazione

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