Kiev, Donbass e Siria nei racconti, di parole e immagini, di Giorgio Bianchi

Le immagini (come quella qui in evidenza tratta dal sito giorgiobianchiphotojournalist.com), se a scattarle è qualcuno in grado di cogliere atmosfere e sensazioni prima di premere il pulsante della macchina fotografica, sono come squarci di realtà che, di un fatto o persona o ambiente, dicono più di tante parole scritte. Quando poi ad esse si unisce il racconto sincero ed efficace di storie e contesti nei quali gli scatti si inseriscono, il risultato sono lavori (reportage, servizi, libri) che consentono al pubblico di percepire con un’intensità assai coinvolgente tutto quanto ruota attorno al tema narrato.

E’ esattamente questa la sensazione che si prova sfogliando “Teatri di guerra contemporanei” (Ed. Mimesis 2021, €14), recentemente pubblicato dal fotogiornalista, documentarista e blogger Giorgio Bianchi. L’autore, che ha un curriculum di tutto rispetto (ha realizzato reportage in Europa, Siria, Russia, Burkina Faso, Vietnam, Myanmar, Nepal e India ed ha ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali ed internazionali), racconta a parole e foto tre scenari di conflitto da lui vissuti più volte in prima persona: l’Ucraina, il Donbass e la Siria. E lo fa in modo molto particolare.

“La cosa peggiore che può capitare ad un fotografo – scrive Bianchi nell’introduzione – è che le sue immagini restino all’interno di un hard disk. La fiducia delle persone che ti hanno aperto le porte della loro intimità e vita, che ti hanno raccontato le loro storie, deve essere in qualche modo ripagata: l’opinione pubblica deve venire a conoscenza di quelle storie”.

Storie che, attraverso il suo lavoro (quando si tratta di documentazione a lungo termine), rendono il fotografo parte integrante del tessuto sociale del luogo in cui esse si svolgono. Una considerazione questa profondamente vera, perché oltre ai fatti si raccontano/immortalano, inevitabilmente, anche le persone che ne hanno fatto parte. Infatti “l’accesso privilegiato nell’intimità delle vite dei protagonisti – si legge nella scheda editoriale del volume – fa sì che il punto di vista” del fotografo “diventi sovrapponibile, o quantomeno complementare, a quello dei personaggi delle sue storie. In quest’ottica, la testimonianza del fotografo non si limita a fungere da didascalia alle immagini, ma diviene anch’essa parte del racconto”.

E forse è proprio questo particolare aspetto, rispetto al quale l’abilità e la sensibilità di Bianchi fanno senz’altro da moltiplicatore, che rende il libro di cui stiamo parlando un’opera illuminante e toccante. Dopo averlo letto e osservato, infatti, sembra di aver conosciuto personalmente il giovane (ritratto in copertina) che, a Kiev, volge in alto lo sguardo per capire da dove arrivano gli spari. E le ballerine del Teatro dell’Opera di Donetsk che preparano gli spettacoli nonostante la guerra. E, ancora, il minatore cieco Sasha e sua figlia. E il sarto-soldato siriano che alterna la trincea al suo laboratorio. Persone molto diverse tra loro, che hanno in comune, purtroppo, una cosa: vivono in tempo di guerra.

Lo scopo del libro (che poi è anche, come ha spiegato l’autore, la linea guida del suo lavoro) è dunque quello di raccontare i conflitti attraverso coloro che, in vario modo e misura, sono costretti a subirne le conseguenze. Uno scopo che tra l’altro, indiscutibilmente, consente di andare oltre le narrazioni mainstream fin troppo spesso (volutamente o meno) non corrispondenti alla realtà.

di Cristina Di Giorgi

Redazione

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