Mediterraneo, la geopolitica nazionale italiana passa dalla blue economy

Per la sua posizione geografica e per il ruolo internazionale che riveste, l’Italia non può circoscrivere la propria area d’interesse al “giardino di casa”, ponendo un artificioso confine tra Gorizia ed il Mediterraneo centrale oltre il quale non sarebbe conveniente spingersi. Era così che si pensava negli anni ’60 e ’70 in piena guerra fredda, ragionando, quindi, in un’ottica di “compartimenti stagni” della politica estera e con aree d’interesse ben delineate. Oggi la fluidità degli scenari internazionali e la competizione sempre più accesa cui la “globalizzazione selettiva” porta impongono a Roma di gettare uno sguardo nuovo anche ai “mari lontani” come l’Oceano Indiano.

Torna quindi di moda il paradigma cavouriano di (ri)pensare l’Italia come una “potenza marittima” che ha nei confini del Mediterraneo allargato la sua area d’interesse primaria ma che contemporaneamente non può trascurare quanto accade lungo la fascia che dal Mar Cinese Meridionale arriva fino ai confini dell’India. 

La valenza strategica del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, connessa alla nuova centralità del Mediterraneo, ha spinto molti dei principali attori protagonisti della scena internazionale ad attivare dispositivi di controllo delle rotte commerciali più trafficate; le “scuole di pensiero” in materia sono sostanzialmente due: una presenza di tipo “politico” legata ai complessi meccanismi del “soft power” e lo schieramento di navi militari nei punti sensibili così da recitare una parte attiva nella difesa della libertà di navigazione. Queste possono sembrare antitetiche ma sono in realtà strategie complementari che Roma dovrebbe (tornare a) saper usare per garantire i suoi interessi.

Del resto come ha specificato anche Clemente Ultimo nel Numero 3 de “Il Guastatore”, nell’editoriale “Navigare necesse est”, nel Mediterraneo transita il 20% dei traffici commerciali mondiali e quelle acque sono anche individuate dagli strateghi cinesi come il canale marittimo della nuova via della seta. La “Belt and road initiative” cinese porta con sé gli investimenti infrastrutturali e l’aumento dei traffici e quindi dei guadagni, ma anche una rinnovata “questione del conflitto” considerato che qualunque iniziativa cinese nel Mediterraneo possa essere foriera di rischi per la sicurezza nazionale e del blocco occidentale.

Parimenti un altro dossier scottante per l’Italia è quello libico che in realtà coinvolge l’intera area mediterranea e che non può essere limitato al solo territorio geografico dell’ex “Quarta sponda”. Da notare infatti che l’attivismo turco in Libia è il frutto dell’esacerbata politica estera di Erdogan che punta a ridisegnare la mappa delle Zone Economiche Esclusive nel Mediterraneo (vedasi l’accordo Ankara-Tripoli) ed a portare avanti il sogno della “patria blu”, la Mavi Vatan teorizzata dagli ammiragli neo-kemalisti , che ha assunto chiari toni anti-italiani o comunque antitetici agli interessi di Roma nel “Mare Nostrum”. La grande sfida politico-militare per l’Italia nel Mediterraneo è quella con la Turchia; dalla nuova “Questione d’Oriente” passerà la più o meno ampia agibilità strategica di Roma nelle acque viciniori e sarà un nodo che dovrà essere necessariamente sciolto. La strada da percorrere è quella della politica assertiva, sulla scorta di quanto fece il Regno d’Italia tra il 1861 ed il 1912 per affermare i suoi diritti mediterranei, bisogna vedere quanto l’attuale classe dirigente nazionale abbia la volontà a tutti i livelli di perseguire questa via e di non rifugiarsi invece nel più comodo cantuccio del “pacifismo costituzionale” castrando di fatto non solo le ambizioni ma anche l’istinto di sopravvivenza dell’Italia quale Stato attivo nel panorama internazionale.

Dal punto di vista politico-commerciale invece a Roma spetta il compito di sviluppare la blue economy, capire cioè come mettere a sistema settori che, a detta di quotati analisti, caratterizzeranno il XXI secolo come la marineria mercantile, la cantieristica, le economie dei porti, la flotta peschereccia e tutta la filiera connessa, lo sfruttamento delle fonti energetiche, la logistica integrata e, da ultimo, l’infrastrutturazione del territorio (andando ad affrontare anche la sfida della modernizzazione non più rimandabile delle aree interne, tema del quale ci siamo occupati anche nel Numero IV de “Il Guastatore”).

L’Italia è geopoliticamente forte solo se è capace di sfruttare il suo ruolo di hub commerciale, cioè quello che è il suo moltiplicatore di forza nel Mediterraneo. Ma la posizione geografica per l’appunto non basta, per citare ancora Clemente Ultimo occorre “possedere un’idea” di cosa l’Italia voglia diventare ed agire di conseguenza con politiche mirate.

E l’idea passa necessariamente per una riflessione di tipo geostrategico, dunque nella comprensione del fatto che Corno d’Africa, Levante mediterraneo, Balcani e persino l’Africa subsahariana, siano aree d’interesse diretto per Roma da non trascurare.

“Navigare necesse est” era il motto della Lega Anseatica e fu ripreso da Gabriele D’Annunzio nell’esaltazione della politica navalistica dell’Italia fin de siècle e vittoriosa nella Grande Guerra, oggi dovrebbe essere il motto di quanti hanno coscienza delle priorità e dei destini italiani nel mondo globalizzato.

di Filippo Del Monte

Redazione

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