Il “razzismo al contrario” delle Università inglesi

Oxford: “No a Mozart e Beethoven. Erano bianchi colonialisti”

Iconoclastia vera e propria o semplice ignoranza? Forse entrambe le cose, fuse insieme da quella sorta di colla liquida che è il “politicamente corretto”. Che penetra negli spazi per comodità e pigrizia lasciati sempre più spesso vuoti da tutti coloro che, invece di pensare con la propria testa, si lasciano trasportare acriticamente dall’onda delle mode.

Di esempi da fare di questo preoccupante andazzo negli ultimi tempi ce ne sono purtroppo a bizzeffe. Oltre alla furia con cui il gregge-massa attacca e devasta monumenti ritenuti a loro dire espressione di schiavismo (gli schiavi in realtà sono loro, che agiscono come automi in ottemperanza ai dettami del pensiero unico), recentemente anche chi dovrebbe aiutare soprattutto i giovani a crescere – culturalmente e non solo – sembra schierarsi dalla parte sbagliata (quella vera).

E’ delle scorse settimane, infatti, la notizia che l’Università di Oxford pare abbia intenzione di cancellare (o comunque fortemente ridurre) lo studio di musicisti come Mozart, Schubert e Beethoven. La cui colpa sarebbe quella di essere “bianchi e colonialisti”.

A parte l’ironia legata al fatto che sia un’istituzione inglese a parlare (o straparlare?) di colonialismo, quando proprio l’Inghilterra è il Paese simbolo di tale indirizzo geopolitico, nell’apprendere tali notizie – diffuse dal The Telegraph, che ha pubblicato documenti attualmente all’esame del consiglio di facoltà della prestigiosa Università – viene da chiedersi se chi ha fatto tali proposte ci è o ci fa.

Sentir dire che occorre “ridimensionare drasticamente lo studio delle opere di Mozart, Schubert e Beethoven, perché si concentrano troppo sulla musica bianca europea nel periodo dello schiavismo” e che lo studio degli stessi causerebbe disagio agli studenti di colore, non è esattamente un buon biglietto da visita per chi fa tale affermazione. Perché dimostra in primis una scarsa conoscenza dei capolavori dei due geni del pentagramma, in secundis una ottusità ideologica che nelle aule universitarie non dovrebbe avere spazio.

E sembra che invece ne abbia anche troppo, perché già prima di questo si erano verificati episodi di “intolleranza accademica”, questa volta in ambito letterario. Ci riferiamo a quanto accaduto all’università di Leicester, dove sono stati rimossi dai corsi di inglese medievale testi come “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer, “Il Paradiso perduto” di Milton e il poema epico anonimo “Beowulf” (fatto questo che ha suscitato le proteste di alcuni professori, che si sono dimessi; Isabel Armstrong, dell’Accademia Britannica, ha addirittura polemicamente restituito il suo dottorato onorario). Al loro posto “una selezione di nuovi moduli su razza, etnia, sessualità e diversità”.

Tornando ad Oxford, l’intenzione sembra dunque essere quella di modificare i piani di studio, riducendo lo spazio dedicato ai citati geni musicali e introducendo corsi speciali integrativi su musica africana e popolare, hip hop e pop.

Giusta la seconda parte, utile a completare la formazione. Ma la prima assolutamente no. “Che cultura potranno avere i giovani di domani – si chiede Paolo Vites su sussidiario.net – se non potranno più ascoltare Mozart? Siamo di fronte ad un brutale imbarbarimento”. Concordiamo con questa affermazione. E aggiungiamo che contrastare il razzismo con atteggiamenti e pressioni a loro volta di impronta razzista è profondamente sbagliato oltre che molto pericoloso.

di Cristina Di Giorgi

Redazione

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