San Patrignano tra film, libri e vita vera

San Patrignano. Chiunque di noi ha almeno una volta nella vita sentito questo nome. E sa che è legato ad un ambito, quello della lotta alla droga, di particolare valore. Sociale e non solo. La storia del centro di recupero per tossicodipendenti e del suo fondatore Vincenzo Muccioli è nota. E non è questa la sede per ripercorrerla. Ci interessa però trattare l’argomento in quanto protagonista, recentemente, di un documentario e di un libro.

Quanto al primo, è stato prodotto ed inserito su Netflix alla fine di dicembre 2020. Intitolato “SanPa. Luci e tenebre di San Patrignano” ed articolato in cinque episodi, propone una serie di interviste, filmati ed immagini che arrivano, temporalmente parlando, fino al 1995 e pongono l’accento prevalentemente sulle “tenebre” di cui al titolo, raccontando soltanto in minima parte quanto di positivo è stato realizzato nel corso degli anni nella struttura sorta tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 presso Rimini per iniziativa di Muccioli e di un gruppo di volontari.

Forse anche per questo la comunità, che nel corso della produzione ha aperto le sue porte alla troupe, ha diffuso, in proposito, un comunicato stampa in cui si definisce la docu-serie di Netflix tendenziosa e parziale, “con una narrazione che si focalizza in prevalenza sulle testimonianze di detrattori. Si tratta di un racconto sbilanciato, che ha voluto spettacolizzare alcuni episodi drammatici che non raccontano la storia della Comunità” ha precisato Alessandro Rodino Dal Pozzo, che guida San Patrignano dal settembre 2019. Parlando con il Corriere della Sera, Dal Pozzo ha poi aggiunto: “condanniamo il metodo con cui il prodotto è stato proposto: è dannoso riassumere meno di vent’anni di storia della comunità generalizzando alcuni episodi e dimenticandosi di raccontare cosa ha significato questa esperienza. Temo l’impatto che questo racconto così parziale potrebbe avere oggi sui nostri ragazzi”.

Durissimo, forse inevitabilmente, anche il commento di Andrea Muccioli, che ha raccolto l’eredità del padre Vincenzo (scomparso nel 1995) per poi passare il testimone a Dal Pozzo: “non è un documentario, ma una fiction. Cerca l’effetto pulp creando più ombre possibili intorno alla figura del protagonista (Vincenzo Muccioli, ndr). Ci riesce benissimo, ma falsifica la storia e il pensiero”.

La risposta dell’autore Carlo Gabardini, sempre al Corriere della Sera, è netta: “mi addolora il giudizio dato dalla comunità, ma non mi sarei aspettato certo che non ci fossero obiezioni. La nostra idea era di realizzare un prodotto documentaristico raccontando la storia nella sua complessità”.

Ecco, a nostro avviso il punto è il seguente: “SanPa” è davvero un documentario o piuttosto, come ha detto Andrea Muccioli, una fiction, con tutto ciò che la differenza comporta? Forse è entrambe le cose. Ed è proprio questo il problema.

Se, infatti, il prodotto di Netflix dovesse essere considerato esclusivamente come di tipo documentaristico (e quindi tendente all’oggettività), nonostante l’indiscutibile qualità tecnica non avrebbe del tutto raggiunto i suoi scopi. E questo perché risulta scarsamente obiettivo in quanto, come abbiamo già in questa sede rilevato, “non è dato sapere se per scelta ideologica o per esigenze di audience, è stata prestata un’attenzione esorbitante agli aspetti dark della vita in comunità e della personalità del suo fondatore” sottolinea a ragione, su Barbadillo.it, Enrico Nistri. Che aggiunge: “dispiace l’eccessivo spazio concesso a figure piuttosto ambigue e a tratti squallide di collaboratori di Muccioli pentiti e il fatto che non sia stata intervistata la principale benefattrice vivente della comunità, Letizia Moratti (le è stato richiesto un colloquio nei giorni cruciali della scalata di Banca Intesa alla Ubi, di cui era presidente, senza darle la possibilità di differirlo)”. E dispiace altrettanto che non si faccia quasi alcun cenno al fatto che San Patrignano, anche dopo la morte del suo fondatore, continua a vivere e ad ottenere risultati.

Altro discorso è se “SanPa” fosse inquadrata tra le fiction, dunque con trama e interpretazione della stessa liberamente legata alle intenzioni ed al punto di vista di chi l’ha realizzata. Come abbiamo già detto, probabilmente è una commistione di generi. Ed è anche per questo che fa tanto discutere.

Al di là di questo pur non trascurabile aspetto, comunque, è indiscutibile il fatto che la produzione ha contribuito a riportare l’attenzione del pubblico sul tema della droga e su molti elementi ad esso connessi (come, quanto ai tempi di Muccioli, l’assenza dello Stato nel contrasto al fenomeno).

Su questo aspetto in particolare c’è stato chi si è pronunciato in maniera estremamente critica. Vale, in particolare, la manifestazione organizzata dal Coordinamento “Il Cerchio”, che il 18 gennaio ha distribuito volantini davanti alla sede romana di Netflix con su scritto “La droga è una cosa seria, non una $erie TV”. Un’iniziativa che gli organizzatori hanno così spiegato: “Vogliamo mettere in luce come SanPa riduca la droga ad intrattenimento, rendendo questo mostro un prodotto commerciale da vendere. Inoltre, pur non schierandosi apertamente contro l’esperienza di San Patrignano ma pretendendo di metterne in risalto sia le “luci” che le “ombre”, SanPa finisce inevitabilmente per screditare, riprendendo episodi di cronaca di più di trent’anni fa, quello che, pur con tutti i suoi difetti, è diventato un modello di lotta alla droga attraverso la Comunità e di riscatto attraverso il lavoro manuale. La droga – concludono – per noi non sarà mai oggetto di intrattenimento, ma una piaga da combattere, insegnando di nuovo alla nostra gioventù a non farsi rubare la vita, ma ad alzarsi e lottare!

Quasi contemporaneamente all’uscita della docu-fiction di Netflix, il giornalista Giorgio Gandola ha pubblicato un libro intitolato “Tutto in un abbraccio” (Ed. Panorama, dicembre 2020), che già dalla copertina – su cui è indicato come sottotitolo “La storia di San Patrignano e dei 26 mila ragazzi tornati alla vita” – fa capire la differenza di impostazione e prospettiva, rispetto alla docu-fiction di Netflix, nel narrare il percorso della nota comunità di recupero nel riminese.

Con una prefazione di Alessandro Dal Pozzo e un’introduzione di Gianni Minoli, il lavoro di Gandola – dodici capitoli di testimonianze e racconti di ospiti ed ex ospiti della comunità – mette in luce innanzitutto gli aspetti positivi dell’esperienza di San Patrignano. E racconta, a differenza di SanPa (che si ferma al 1995) anche l’attività della comunità negli anni successivi, fino ai giorni nostri. Valgono, come sintesi delle pagine proposte, le parole di Dal Pozzo, che nell’introduzione descrive il libro di Gandola come “una vera e propria camminata nel tempo, in una San Patrignano fatta di gioie e dolori. Un vissuto di oltre 40 anni che l’autore descrive in maniera fluida dando al lettore una fotografia molto fedele della realtà. Un’immagine che partendo da ieri arriva a oggi, esprimendo lo stesso comune denominatore: il problema droga da una parte e una comunità che cerca di fare qualcosa per contrastarlo dall’altra. A non cambiare, nel tempo, quei valori su cui San Patrignano è stata fondata”. Ovvero, a titolo completamente gratuito, l’accoglienza di coloro che hanno problemi di tossicodipendenza e vogliono uscirne attraverso il lavoro ed un percorso di ri-acquisita fiducia in se stessi e nel rapporto con gli altri.

di Cristina Di Giorgi

Redazione

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