Il criterio

Ci sono vari modi di guardare al presente stato di cose. C’è il “criterio Burioni” (in foto), secondo il quale la realtà si misura in base alla quantità di vaccini somministrati su una fascia di popolazione la più larga possibile e il tempo ha un valore soltanto in base a quante più punture si riescono ad effettuare ora dopo ora.

C’è il “criterio Galli”, in base al quale non esiste qualità della vita misurabile se non per mezzo di un vertiginoso saliscendi di chiusure totali o parziali, ma sempre di chiusure ci si deve intendere.

C’è il “criterio Ricciardi”, per il quale il nemico invisibile è sempre visibile e il rialzare la testa (e le serrande di qualche commerciante) è soltanto il brodino mesto che si offre all’illuso prima di ricacciarlo nel buio tetro di una clausura senza fine.

C’è il “criterio Salvini”, secondo la curiosa teoria del quale scegliere di imbarcarsi sul panfilo Draghi avrebbe dovuto portare l’effetto di mitigare le tempestose acque sociali del mare italiano, cercando di raddrizzarne la rotta e tentando l’approdo al porto sacro della ritrovata libertà dopo oltre un anno di chiusure (e diritti) yo-yo.

C’è infine il “criterio AA.VV.”, ovvero il criterio della gran massa italica, indistinta e confusa, compatta e fragilissima, la cui unità di misura della vita è rappresentata unicamente dall’affannarsi disperato su come evitare di…vivere. Con Omero concludiamo come “niente sia bello sotto tutti i punti di vista”, e con McLuhan rincarare la dose pensando a come proprio un punto di vista possa costituire “un lusso pericoloso se si sostituisce all’intuizione e alla comprensione”. Che all’intuizione e alla comprensione razionale della realtà si sia sostituita da tempo un nuovo cieco fideismo nella scienza e nei suoi articoli di fede crediamo sia da annoverare nel catalogo delle verità acquisite. Ma serve sempre, a sostegno di teorie che si crede di affermare, una ulteriore prova, una nuova conferma, l’ennesimo riscontro. Ed allora si comprende come a pensar male non si faccia neanche più peccato. Perché tanto ci si azzecca comunque. Ecco quindi nel bel mezzo di tante mezze verità e troppe intere bugie giungere inatteso ad arricchire la nostra speciale collezione pratica di “criteri-con-cui-affrontare-cose-e-situazioni-della-vita” è l’uscita pregiatissima del “criterio Zaia”.

Criterio particolare che rinomineremo “della verità”, consistente nel non riuscire più a tenersi dentro il rospo bruto della certezza non più celabile e quindi, tra i gorgoglii di una sofferta ma a questo punto necessaria rassegnazione, sputarlo fuori una volta per tutte. Finalmente la voce sonante che tuona apertis verbis l’avvento di una nuova, messianica consapevolezza: quella di “sapere che le vaccinazioni stabiliranno un nuovo ordine mondiale. Piaccia o non piaccia, questa è la realtà: meglio cercare di attrezzarsi” (dichiarazione all’Ansa del 15 aprile).

E’ lo scoperchiamento definitivo del vaso di Pandora? L’inveramento di ciò che taluni con coraggio predicano errando da mesi, di considerare cioè l’emergenza epidemiologica sotto la lente dell’analisi socio-politica e non sotto quella medico-scientifica? Il disvelamento dichiarato di quel “Great Reset” con il quale gli oligarchi del nuovo ordine globale hanno ribattezzato la grande ristrutturazione dell’economia, della società, della politica, dove lo stato di emergenza ha l’obbligo di non mai cessare per poter fecondare i folli sogni di potere delle classi dominanti? L’ulteriore spinta verso quel processo di disintegrazione delle democrazie parlamentari e l’imposizione di autogoverni dei mercati mediato da task forces e comitati di esperti di provata fede liberista? L’inesorabile dispiegarsi di quella fulgida mannaia che riorganizzerà la società mediante un nuovo autoritarismo fondato sulla riduzione di libertà e diritti in nome della protezione dal virus, da tutti i virus prossimi venturi, e poggiata sull’inedita figura del distanziamento sociale?

Non resta che scrivere altro, che pensare altrimenti, che vivere secondo ciò che oggi non è consentito fare. Forse questo l’unico criterio con cui si giudichi ciò che si sente dire ogni giorno. Flatus vocis.

di Gianluca Kamal

Redazione

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