Thomas Sankara: ritratto di un rivoluzionario

Il leader del Burkina Faso, la sua storia e i misteri che, dopo oltre trent’anni, ancora circondano la sua morte

Nato il 21 dicembre 1949, Thomas Sankara era figlio di un militare che, durante la Seconda Guerra mondiale, aveva vestito la divisa dell’esercito francese: quasi naturale, quindi, che al termine del suo percorso di studi decida di intraprendere la carriera militare.

Assegnato al dipartimento di Po (nella zona centro meridionale dell’allora Alto Volta), il giovane Sankara lavora alacremente addestrando gli uomini sotto il suo comando. Ed inizia anche un percorso politico che lo porterà lontano: si preoccupa in particolare non solo di formare ottimi soldati, ma anche di instillare in loro una radicata cultura civica, per esempio impiegandoli in servizi di pubblica utilità (come scavare pozzi e occuparsi di rimboschimento). Elemento questo che fa crescere esponenzialmente la sua popolarità, già fortissima tra i suoi uomini, anche tra la gente.

Dopo i colpi di stato del 1980 e del 1982, Sankara (che nel frattempo ha scalato i vertici dello Stato), diventa primo ministro nel governo del presidente Ouédrago. Quest’ultimo però, temendo (e invidiando) la sua sempre crescente popolarità, lo fa arrestare. Un errore madornale, che pagherà carissimo: la gente, infatti, si ribella. E Sankara non solo viene scarcerato, ma diventa presidente.

Siamo nel 1984 e il Paese che il nuovo capo dello Stato si trova a dover gestire – si ricorda in un articolo su Gli Occhi della Guerra – è soffocato da una situazione economica disastrosa. Ma la reazione di Sankara, in proposito, è netta e decisa: intenzionato a dimostrare che anche lo Stato più povero dell’Africa può farcela da solo senza aiuti internazionali, il neo-presidente attua una serie di riforme tanto radicali quanto concrete. Tra esse la Costituzione del Consiglio Nazionale della Rivoluzione e dei Comitati per la difesa della Rivoluzione (con il compito di estendere ad ampi strati della popolazione il potere decisionale), una riforma agraria che porta ad un aumento della produzione di cereali e cotone, una riorganizzazione dell’industria finalizzata alla produzione di beni di prima necessità e quella che oggi chiameremmo “spending review”, ovvero una riduzione delle spese pubbliche superflue con annessa soppressione di vari privilegi delle classi agiate.

Oltre a tutto questo Sankara finanzia un ampio sistema di riforme sociali incentrato sulla costruzione di case per le fasce più povere della popolazione, di scuole (strumento fondamentale per la sua battaglia per l’alfabetizzazione), di ospedali (nei quali attua una campagna di vaccinazione dei bambini che fa crollare il tasso di mortalità). Il presidente lavora inoltre ad una persuasiva opera di sensibilizzazione dei cittadini in merito alle questioni ambientali, mettendo in atto anche una diffusa opera di rimboschimento (in particolare nel Sahel) con funzione anti-desertificazione.

Notevole, inoltre, l’impegno di Sankara a favore dei diritti delle donne: addirittura ne chiama alcune a far parte del governo (“Non c’è vera rivoluzione sociale senza la liberazione delle donne. Possano i miei occhi mai vedere – diceva Sankara – e i miei piedi mai portarmi in una società in cui la metà della popolazione è costretta al silenzio. Io sento il ruggito del silenzio delle donne. Percepisco il rombo della loro tempesta e la furia della loro rivolta”).

Quanto poi alla politica estera, il presidente dell’ex Alto Volta, da lui rinominato Burkina Faso (letteralmente “Patria degli uomini di valore”), non intrattiene ottimi rapporti né con l’Unione Sovietica né con gli Stati Uniti. E nemmeno con la Francia di Mitterand, di cui il Paese da lui guidato è stato una colonia.

Sankara comunque è convinto che i nemici principali dell’Africa siano le importazioni forzate e soprattutto il debito estero di marca coloniale. E lo dice chiaramente ogni volta che ne ha l’occasione, attirandosi per questo l’antipatia di Usa, Francia, Inghilterra e vari Paesi circostanti. Lo dice, per esempio, nel suo ultimo intervento all’assemblea dell’Organizzazione per l’Unità africana, che non a torto viene ritenuto una sorta di suo testamento spirituale. E anche il motivo per il quale verrà poco dopo ucciso. In quell’occasione Sankara invita tutti gli Stati del “Continente nero” a rifiutarsi di pagare il debito “per evitare di farci assassinare individualmente. Se il Burkina Faso lo fa da solo, io non sarò presente alla prossima conferenza”. E così purtroppo avviene, perché il pomeriggio del 15 ottobre 1987 (appena due mesi dopo le citate profetiche parole), Thomas Sankara, appena trentottenne, viene assassinato. Insieme a lui, falciati da raffiche di mitra sparate da un gruppo di uomini armati in agguato presso la sede del Consiglio Nazionale della Rivoluzione (nel cuore della capitale Ougadougou), perdono la vita anche dodici ufficiali e membri del suo governo.

Chi ha ucciso Thomas Sankara? E perché? Oggi, a distanza di quasi venticinque anni dalla sanguinosa imboscata di cui è stato vittima, queste domande non hanno ancora avuto una esauriente e definitiva risposta. Sebbene, infatti, la volontà di far luce su quanto accaduto all’amatissimo presidente sia comunque tuttora molto alta soprattutto tra i giovani, non tutto è stato ancora chiarito.

Stando alle indagini, comunque, il presunto mandante è Blaise Compaore, amico e compagno d’armi di Sankara, che ne prende il posto per mantenerlo dittatorialmente per 27 anni. In questo lunghissimo periodo, anche solo parlare di Sankara – il cui omicidio venne assurdamente archiviato come “morte naturale” – è stato un tabù. Poi però le cose sono cambiate: nel 2014 la gente, spesso scandendo slogan tratti dai discorsi di Sankara, scende in piazza. Compaore è costretto a dimettersi e fuggire in Costa d’Avorio e si avvia in Burkina Faso una fase di transizione verso la democrazia.

Quanto all’icona di un’Africa libera e indipendente e leader del panafricanismo (vi abbiamo parlato di questa dottrina politica in “Mondo globalizzato e alternativa panafricana”, l’articolo di Luca Lezzi, pubblicato nel numero de Il Guastatore di gennaio-febbraio 2021 dedicato all’Africa), nel 2015 è stata avviata un’inchiesta ufficiale sulla sua morte: il corpo dell’ex presidente è stato riesumato e l’autopsia effettuata ha dimostrato che il padre della Patria del Burina Faso è stato crivellato di colpi. Sulla base delle risultanze dell’indagine, sono inoltre stati emessi due mandati d’arresto in capo a Blaise Compaore e al fratello Francois.

E non è tutto. Perché nel novembre 2018 – ricorda Il Giornale d’Italia – il presidente francese Emmanuel Macron, in un discorso pronunciato di fronte agli studenti dell’università di Ouagadougou, ha dichiarato di aver “preso la decisione, in risposta alle richieste della giustizia burkinabè, che tutti i documenti prodotti dalle amministrazioni francesi durante il regime di Sankara e dopo il suo assassinio, coperti dal segreto nazionale, siano declassificati”. E’ evidente che si tratta di un passaggio molto probabilmente decisivo ai fini della scrittura del capitolo finale della storia di Thomas Sankara, perché comporta l’impegno a far emergere la verità sia quanto alle responsabilità interne al Burkina Faso, con particolare riferimento a Blaise Compaore, sia quanto agli alleati internazionali di quest’ultimo.

Il giovane capitano, che rinunciò a qualunque beneficio personale e/o compenso che avrebbe potuto ottenere in quanto Presidente (al momento della morte possedeva solo un piccolo conto in banca con circa 150 dollari, una chitarra e la casa in cui era cresciuto), merita sicuramente la verità. Per il suo esempio coraggioso e per le massime che ha lasciato, valide per tutti e in ogni tempo. Ne riportiamo, alla fine di questo nostro ritratto, due che ci hanno particolarmente colpito.

La prima recita: “Per ottenere un cambiamento radicale bisogna avere il coraggio d’inventare l’avvenire. Noi dobbiamo osare inventare l’avvenire”. Complementare a questa, infine, la seconda: “Lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte. Questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà. La libertà può essere conquistata solo con la lotta”.

di Cristina Di Giorgi

Redazione

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