Italiani all’estero, una nuova strategia per l’Italia

Con una media del 13% sull’intera popolazione la componente etnica italiana ha influenzato e continua ad influenzare la società della costa nord-orientale americana. Da Toronto a Filadelfia passando per Boston e Nuova York, la percentuale di chi si dichiara “italiano” nei censimenti USA e canadesi continua ad essere degna di rilievo. Alla luce dell’importanza primaria di questa regione del mondo, e con la consapevolezza di vivere in una realtà sempre più connessa e globalizzata, diventa strategicamente necessario per l’Italia intervenire sul tema degli italiani all’estero con politiche di più ampio respiro. Innanzitutto andrebbero riviste le priorità in ordine dei finanziamenti pubblici, in tal senso un esempio pratico possono considerarsi i milioni di euro stanziati per le minoranze italiane di Slovenia e Croazia che, non solo rappresentano delle comunità ormai quasi insignificanti: lo 0,1 in Slovenia e lo 0,42 in Croazia, ma che hanno dato prova di un continuo e progressivo distaccamento dalla nazione italiana. De facto le annose sovvenzioni ai media “italofoni” come Tv Koper/Capodistria e le fantomatiche targhe bilingue non hanno dato i risultati sperati, anzi censimento dopo censimento assistiamo ad uno scollamento sempre più netto dall’Italia a favore di identità regionali come nel caso dell’Istria. Non vorrei entrare nel merito delle polemiche che da sempre contraddistinguono questo martoriato territorio, e nemmeno pensare che, come più di qualcuno asserisce, gli italiani che vollero davvero restare tali tornarono tutti in Patria attraverso il tragico esodo, ma è necessario cominciare ad osservare certi fenomeni con distacco e concretezza.

Ora che Slovenia e Croazia sono approdate nel circo europeo ha davvero senso continuare a sovvenzionare queste esigue minoranze? Come detto il numero di chi si dichiara italiano ai censimenti scende di anno in anno, al contrario spuntano come funghi prodotti che accampano pretese d’italianità, ma fabbricati nei paesi dell’ex-Jugoslavia (è il caso dell’aceto balsamico sloveno). Sempre riguardo alla Slovenia (Paese che ha la metà degli abitanti della Puglia) si può notare come gli accordi trasversali siano in realtà concessioni a senso unico e vedano l’Italia prostrarsi agli interessi altrui senza nulla ricevere in cambio, basti pensare alla consegna del Narodni Dom di Trieste alla Repubblica Slovena.

Insomma per quanto possa essere avvilente pensare che alcune città d’Istria e Dalmazia seppur storicamente italiane ora non appartengano più alla Repubblica Italiana, è necessario prenderne atto, ma soprattutto è l’ora di orientare energie e sforzi avendo presente le reali potenzialità conseguenti alla diaspora italiana nel mondo.

Nel 2021 in un pianeta ormai globalizzato i 20mila italiani di Slovenia e Croazia valgono di più dei 20 milioni di italiani statunitensi? E dei 25 milioni di oriundi italo-argentini? Davvero dobbiamo strapparci le vesti per qualche iscrizione in più al Liceo Italiano di Fiume quando da Sydney a San Paolo ci sono milioni di italiani che rivendicano orgogliosamente la propria identità? In un mondo globalizzato, geopoliticamente parlando, una nazione come l’Italia non ha altra arma che un efficace uso del cosiddetto “soft power“, ovvero l’abilità di guadagnare prestigio ed influenza attraverso quelle risorse intangibili che trovano riscontro nella nostra cultura, nei nostri valori e nella nostra creatività.

Gli italiani all’estero, se non abbandonati a se stessi, possono essere parte di una rete globale, ma al tempo stesso identitaria cha va ad allargare la sfera d’influenza del Belpaese in tutti i continenti e nei centri di potere più rilevanti a livello internazionale. Investire maggiormente in questo processo è doveroso poiché sempre più cittadini italiani stanno tornando ad emigrare, è dunque urgente creare reti di lavoro affinché i connazionali non perdano il legame con la madre patria e allo stesso tempo possano creare un circolo virtuoso all’interno del Paese ospitante che contribuisca all’accrescimento della sfera d’influenza nazionale. La semplice diffusione della lingua italiana in metropoli come Nuova York, Londra, San Paolo, Sydney e Buenos Aires è già di per sé un piccolo esempio di quel “soft power/ potere convincitivo” verso cui l’Italia può e deve tendere per cercare di non essere completamente schiacciata dalle superpotenze mondiali.

In definitiva, viste le già scarse risorse, Roma dovrà operare una scelta strategica tra un processo ad ampio raggio che trasformi ogni persona di origine italiana in una risorsa nazionale o continuare con un atteggiamento ottocentesco a difesa di confini già persi.

di Guido Santulli

Redazione

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