Lavoro, Suicidio, Rivolta: una breve riflessione sull’Italia che si prepara ad esplodere

È uscito ieri, su “Fondazione Leonardo”, un interessantissimo articolo sull’istituzione in Giappone del “Ministero della solitudine”. Non si tratta di una figura retorica per dire chissà cosa e anzi…non c’è niente di poetico dietro tutto questo. È stato invece istituito un ministero apposito data l’impennata del tasso di suicidi.

Suicidi, sì: suicidi per la mancanza di lavoro -chi conosce la cultura giapponese (in foto) sa cosa rappresenta l’etica del lavoro- o per la cattiva gestione dei ritmi lavorativi. Anche nell’estremo Oriente di riso e tradizione, lo stakanovismo progressista è arrivato, eccome se è arrivato e, cerimonia lenta del tè a parte, ha investito le vite facendole diventare velocissime “soggettività contabili” che faticano a trovare un equilibrio anche solo psicologico.

Ora, il punto non è se il Giappone abbia risolto o meno la questione, né tanto meno le implicazioni orientali del globalismo esasperato ed esasperante che oscilla tra i due antipodi del “troppo” e “nulla”, che molte volte sono facce della stessa medaglia per cui o non lavorare o implodere lavorativamente costituiscono in sintesi lo stesso annaspare nel grande turbocapitalismo (cosa per altro ribadita nel sesto numero cartaceo della nostra rivista).

Il punto è che il Giappone ha contestualizzato l’entità della domanda, per cui, forse, riuscirà a darsi una risposta. Perché “suicidio” significa “problema” e perché “problema”, in qualsiasi cultura politica che non sia anarchica, è problema di Stato e di Stato sociale (o di qualunque altro assetto gestionale).

Mentre in Italia no. In Italia non solo si omette la tematica “suicidi” dai notiziari e dai salottini intellettuali su come si sta al mondo; non solo si decontestualizza l’antropologia dalla politica e non solo si rimette all’individuo qualunque fallimento prima lavorativo e poi umorale, per classificarlo comodamente come ennesimo baluardo della libertà del singolo, indipendentemente dalla responsabilità di Stato. In Italia, cosa ben più grave, si separano le due questioni (lavoro e suicidio) e, pure quando si millanta la più bella (?) Costituzione del mondo che arreca garanzie e che tutela i meno fortunati o i meritevoli, non si parla mai del nesso sostanziale per cui “fallimento della persona” è “fallimento di Stato”. Specialmente in materia economica.

Sono stati riesumati i presunti traumi adolescenziali e patriarcali per giustificare i suicidi e su un totale altro piano sono state invece collocate le tassazioni indicibili, le strategie finanziarie ultratecniche che non possiamo capire perché non siamo Mario Draghi e le scellerate decisioni burocratiche che hanno contribuito non solo ad uccidere un Paese ma soprattutto la sua gente. Si è detto di tutto, ma mai una volta che si fosse ammesso che la gente si uccide perché non lavora. Mai una volta che si sia parlato (a scuola, attraverso la stampa, in politica e nelle sedi psicologiche) di cosa significa “mancanza di lavoro” e cosa significa per la persona, ai fini della dignità e guardando alla stabilità mentale e al diritto alla vita.

Sotto Montecitorio, invece, è in atto altro e questo altro è la riprova di come i più alti sofismi economici e le più grandi scelleratezze filosofiche nulla possono contro il dato reale e contro l’impattante della vita pratica che si manifesta. Una parte di Paese sta parlando a voce alta e per tutti gli esclusi a ingiusto titolo: chiedendo, rinfacciando, tuonando e lottando. Ed è una lotta sensata per rivendicare quei liberi professionisti che si sono uccisi e per evitare i prossimi pronti al suicidio in questa trincea sociale che è veramente agghiacciante.

Il Giappone, dopo essersi progressivamente posto la giusta domanda, sta tentando di formulare una risposta. In Italia, invece, la risposta sta letteralmente esplodendo: non attraverso i ministeri, ma contro i ministeri.

di Elena Caracciolo

Redazione

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