Sulla destra italiana

Nel momento in cui politologi ed esperti si affannano a decretare la fine della dicotomia destra/sinistra l’ex direttore della rivista Area e de Il Secolo d’Italia Marcello De Angelis si rivolge alle nuove leve della politica per ridare significato e vigore a termini che la maggioranza progressista vorrebbe gettare nell’oblio.

Tutti gli appuntamenti elettorali avutisi nel mondo occidentale negli ultimi anni, dalla Brexit alle elezioni per il Parlamento Europeo passando per le presidenziali statunitensi del 2016 che hanno incoronato Donald Trump e in parte per quelle del 2020 che non ne hanno decretato una vera sconfitta in termini numerici di voti (accresciuti) e consenso, hanno portato in auge due concetti: la fine della dicotomia tra destra e sinistra e la morte delle ideologie. E’, però, partendo proprio da questi due punti che Marcello De Angelis, ex direttore della rivista Area e del quotidiano Il Secolo d’Italia nonché parlamentare per due legislature, parte nel suo penultimo libro per ridare significato oggi a termini quali destra, popolo e nazione. Il volume intitolato “Cosa significa oggi essere di destra? Alla ricerca di un popolo disperso e di una nazione negata” stampato per conto di Luigi Pellegrini editore si presenta come un compendio dalla ricchissima bibliografia e in grado di delineare sia i maggiori temi trattati dalla politica italiana che una sua veloce storia ripercorrendone i passaggi più significativi dal secondo dopoguerra al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

Partendo con ordine ad essere messa in discussione è innanzitutto la lettura dello storico nippo-americano Frances Fukuyama secondo cui la caduta del Muro di Berlino con il dissolvimento dell’Unione Sovietica insieme alla contemporanea sconfitta dell’ideologia marxista avrebbero posto fine alla stessa storia. Per De Angelis la prova del contrario risiede nel fatto che il pensiero unico e dominante, figlio del pensiero liberal americano, sia esso stesso un’ideologia ovvero uno scheletro a cui dover adattare la realtà che si presenta in maniera diversa da come i sostenitori del progressismo radical-chic la vorrebbero.

Quanto alla scomparsa dei termini di destra e sinistra De Angelis si trova in opposizione alla maggioranza dei pensatori odierni, e in sintonia con quanto dichiarava già vent’anni fa, perché seppur privi dei propri valori di riferimento destra e sinistra rappresentano in pieno, nella maniera più semplice, gli opposti schieramenti di una logica bipolare nella quale, anche secondo recenti sondaggi, tendono ad immedesimarsi meglio i cittadini per autoidentificarsi con una categoria politica, senza dimenticarsi che, come sostiene Marco Revelli nel suo “Sinistra Destra, l’identità smarrita”, molto spesso a voler rimarcare la differenza sono gli esponenti di sinistra ai quali quelli “di destra” si prestano volentieri accettando ruolo ed etichetta.

Arrivando ai concetti, all’importanza della terminologia e al cambiamento dei significati imposti dall’agenda progressista che oggi si fa portavoce delle desinenze femminili (sindaca, assessora etc.) in nome di una fantomatica lotta al patriarcato o trasforma le minoranze in comunità, come a voler indicare un’unità di un mondo frastagliato, De Angelis si occupa in particolare di populismo, Stato e Nazione.

Riguardo al populismo tornato di moda per volere dei suoi detrattori, oltre che dalle intuizioni di chi come Cristopher Lasch lo cita e spiega nel suo “La ribellione delle élite”, De Angelis ne ricorda i suoi principi nella politica nordamericana di inizio Novecento più che negli omologhi movimenti russi o latino-americani, pur essendo un estimatore e grande conoscitore del movimento peronista argentino. A distinguere i nuovi populisti è, secondo De Angelis, il concetto di Popolo ancorato, in questi, alla comunità unita dal sangue e dal suolo e quindi contrapposto a chi, volutamente, ne ha svilito l’immagine con una traduzione approssimativa dell’inglese people che indica un insieme indistinto oggi definito come la gente.

Grandi nemici dei no borders restano, invece, i concetti di Stato e Nazione. Se è presto chiarita la contrapposizione da sinistra al concetto di Stato come tutore della sicurezza, termine allergico a quella categoria politica, è ancor più distante dai concetti di monopolio della forza, confine e Casa comune il liberalismo che ha fatto del “meno tasse, meno Stato” il proprio cavallo di battaglia. Ma se “il Popolo senza Stato diviene solo un gruppo di persone indistinte” è la Nazione, secondo De Angelis, a dare vita al noi, perché solamente avendo coscienza di se stessi è possibile conoscere senza denigrare i costumi, la cultura e le istituzioni altrui. La Nazione, e non il Paese, termine che De Angelis aborre, rappresenta l’eredità e il lascito delle precedenti generazioni che ben viene rappresentato dai termini Fatherland, Terra dei Padri, o Motherland.

Non manca, infine, nel testo una critica costruttiva al mondo politico al quale il testo si rivolge: quella destra che seppur in alternanza al centrosinistra ha governato l’Italia nell’ultimo ventennio e che, però, non ha speso la benché minima risorsa nei progetti culturali appannata da liti interne e dal fenomeno del berlusconismo che proprio come profetizzato da Indro Montanelli ha tolto credibilità alla parola destra.

Luca Lezzi

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