Quando il femminismo era religioso, antiabortista e difensore della famiglia

Sul numero di questo mese della rivista di apologetica cattolica Il Timone, il professor Giacomo Samek Lodovici affronta una riflessione oltremodo interessante sui contributi fondamentali dati dal Cristianesimo alla percezione della donna e il suo ruolo nella storia.
Nell’articolo dal titolo (che non in pochi potrebbero trovare paradossale) Il femminismo si ispira anche al Cristianesimo, Samek Lodovici spiega quanto la forte dirompenza della Novella di Cristo e l’insegnamento della Sua Chiesa, non solo stravolga la concezione dell’essere donna nelle società pagane, ma risulti di rottura anche verso la Modernità.
Infatti per quanto la “misoginia” dei Padri della Chiesa sia divenuto un leitmotiv di certe narrazioni che sovente si riflettono anche nella culturalmente potentissima settima arte (basti pensare ad Agorà di Alejandro Amenábar, incentrato sullo scontro tra la filosofa Ipazia e San Cirillo d’Alessandria nell’Egitto del V secolo d.C., in cui il vescovo viene presentato financo come mandante dell’omicidio dell’intellettuale greca) , in realtà è riscontrabile molta più avversione verso il secondo sesso in autori quali Charles Darwin, Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche frattanto che «[…] è vero che bisogna contestualizzare, ma fino a un certo punto: la denigrazione [di questi intelletti contemporanei] è pesantissima. O comunque la contestualizzazione deve valere, a maggior ragione, per quei Padri della Chiesa che vengono deplorati, talora molta meno benevolenza.»
E davanti ad una storia millenaria e ricca di contraddizioni «In generale il Cristianesimo ha inestimabilmente proclamato la radicale uguaglianza di dignità di ogni essere umano comprese le donne: lo dice, e in molti passi, anche Nietzsche, che (anche) per questo motivo accusa il Cristianesimo» colpevole, per come espresso nei Frammenti postumi del 1889, di livellare gli spiriti nell’elevazione dei deboli (in cui per Nietzsche la donna spesso rientra).


Ma se sono senz’altro considerazioni interessanti, l’idea che il femminismo dell’aborto senza limiti, delle parate bestemmianti la Vergine Maria nel nome di genitali idolatrati , della lotta senza quartiere alla teologia morale cattolica perché patriarcale, risulta quantomeno ardua da digerire.
Andando però ad analizzare le vicende del femminismo di cui tutte e tutti si riempiono la bocca, emergono aspetti poco conosciuti e di cui difficilmente i collettivi facenti capo alla rete Non Una di Meno faranno mai menzione nei loro istrionici comunicati.


Partiamo infatti col rammentare che “il Femminismo”, di per sé, non esiste affatto o per meglio dire non ha sussistenza concettuale fuori da un determinazione zonale che ne delimiti la sua sfera culturale di appartenenza.
In altre parole, non vi è né vi è mai propriamente stato «il Femminismo» ma al limite dei femminismi, intesi come sensibilità sociali ed intellettuali per la questione femminile in svariati ambiti, movimenti e settori culturali, come politici e anche religiosi.
A dispetto di quanto raccontano certe conduttrici televisive (Lilli Gruber ne è un esempio lapalissiano) non è dato un “femminismo neutro” che, figlio magari di un coerente processo originario di affermazione, prescinda appartenenze di confessione o partito.


La proposta di storicizzazione e concentrazione della critica sociale sulla questione femminile ha portato delle autrici di scuola progressista che si professano oggi “vere espressioni del femminismo” a sviluppare l’idea di tre ondate principali del movimento femminista contemporaneo, identificate per epicentri, archetipi e punti focali dove la più evoluta risulterebbe essere la “terza ondata”, quella sviluppata sulla base degli studi di genere, delle teorie di accademici come la statunitense Judith Butler per diramarsi in subculture da collettivo studentesco quali le riot girl (che devono il nome a un sottogenere del punk emerso alla fine degli anni ’80 e che era interamente interpretato da donne) a cui hanno attinto sia le Femen che le Pussy Riots, passando per le arcinote Cagne Sciolte qui da noi.

La terza ondata (ma c’è già chi propone ormai come strutturata e diramata anche una quarta) si pone in ottica di superamento distruttivo della seconda ondata cioè col mood con cui nella resa cinematografica di Asimov, gli NS-5 si ponevano verso gli obsoleti NS-4 ed NS-3, distruggendoli nelle discariche in cui erano stati abbandonati ancora attivi dai precedenti proprietari.
Viene infatti rifiutato l’identitarismo sessuale, la focalizzazione sullo scontro tra i sessi, il concetto di “corpi mercificati”.

Le femministe della terza ondata, le femministe NS-5, chiamano molte delle “secondiste”, legate alle ermeneutiche sviluppate poco prima, in contemporanea e subito dopo il ’68 da teoriche come Andrea Dworkin, “TERF”, che sta per Trans-Exclusionary Radical Feminist, a causa del loro rifiuto di accettare uomini transessuali come donne, per la loro insensibilità al discorso queer (caposaldo invece delle terzondiste), per la loro ostinata opposizione a prostituzione e pornografia (la difesa delle sex worker e della produzione di pornografia “etica” è un tratto distintivo della terza ondata).
Ma aldilà di questa faida, manca un tassello a questa ricostruzione sommaria: se ci sono infatti una terza e una seconda ondata deve essercene per forza una prima.

Con il termine di “Prima ondata femminista” viene intesa una generica forma arcaica del coerente e progressivo (ma soprattutto univoco) movimento femminista: apparterrebbero a questa fase nebulosa le suffragette, qualche scrittrice illuminata di metà XIX secolo e via discorrendo.
Ad ogni modo, roba morta e sepolta e da non ripescare se non in qualche Power Point che racconti le origini della gloriosa lotta intersezionale al patriarcato oggigiorno.
Ebbene, non è così semplice: perché se davvero queste ondate esistono e vi è una coerenza nel discorso sulla questione femminile in ogni fase della sua storia, allora tra le protagoniste intellettuali di quella sensibilizzazione vi sono scrittrici e pensatrici da un’impronta teorica legata in maniera stretta al Cristianesimo sociale.

A buttare quindi la parola “femminismo” nella storia del pensiero sarebbero state figure come le statunitensi Susan B. Anthony e Katharine Bushnell fortemente contrarie all’aborto e molto spesso al divorzio (come del resto lo è stata ed in maniera estremamente perentoria la più nota femminista della prima ondata italiana, Lina Merlin).
Abbiamo attiviste come Frances Willard (in foto), fervente metodista, fondatrice della Woman’s Christian Temperance Union, organizzazione fondamentale nella diffusione del movimento della temperanza negli Stati Uniti che contrastava i saloon, i bordelli, la diffusione di alcolici e stupefacenti; il nascente movimento proibizionista sarà fortemente debitore del pensiero della Willard, tanto che il primo congresso del Prohibition Party nel 1869 vide una partecipazione impressionante di suffragette.

C’è la vulcanica Carry Nation che, armata di Bibbia e accetta, distruggeva bottiglie di assenzio e liquori nelle case del vizio in giro per l’America di modo che nessuna donna dovesse prostituirsi nei bar o essere picchiata da un marito e padre ubriaco.


Per non parlare della teorica distributista e sindacalista cattolica Dorothy Day che, già dalla fine degli anni ’30, nelle fattorie in dotazione al Catholic Worker Movement, accoglieva persone sbandate per poi intercettare, nei decenni a seguire, in particolar modo donne incinte fuggite dalle grandi metropoli americane dove esplodeva la “rivoluzione sessuale”(che lei avversava e stigmatizzava come violenza verso la donna, ben immaginando lo sviluppo capillare dell’industria del porno), per impedirgli di abortire e offrire soluzioni di maternità o comunque una casa alternativa per il proprio figlio non voluto.


In Europa all’albeggiare del ‘900 scrive e soprattutto agisce la francese Marie Maugeret che, una volta convertita al Cattolicesimo elabora il suo femminismo in chiave eminentemente fedele al Magistero della Chiesa e in opposizione ad ogni forma di materialismo politico.
Vicina alla Ligue de Patriotes, fonda nel 1902 la Fédération Jeanne d’Arc che, oltre a rappresentare un centro studi storico-sociale di notevole importanza nella Francia dell’epoca (pubblicava una rassegna e organizzava annualmente un congresso nazionale dove venivano raccolti contributi funzionali ad aiutare il processo di canonizzazione della vergine di Orléans e diversi intervenuti parteciparono poi attivamente alle deliberazioni romane che portarono Benedetto XV a canonizzare Giovanna d’Arco nel 1920) costituì una corrente ancora pervasiva dell’attivismo per le donne in Francia, tanto da rappresentare una minaccia per la femminista della seconda ondata Simone de Beauvoir.

Ecco, ciò che essenzialmente rende vetusto e superato dai tempi quel femminismo da signore ottocentesche in gonna lunga, esaurito insieme alla lotta per il voto, è in realtà la sua forte connotazione cristiana o comunque religiosa, la sua visione vestale della femminilità che intendeva sviluppare l’affermazione femminile in un campo specificatamente femminile senza cercare l’interlocuzione forzata (in cui rientra lo scontro) con un presunto Patriarcato metastorico e trascendentale che costituirebbe l’assoluto negativo da cancellare insieme ad ogni traccia della femminilità per come intesa nei secoli precedenti (e dove sono anche comprese le forme immediatamente precedenti e quindi obsolete di femminismo, “TERF” comprese).

Chi scrive mentirebbe spudoratamente se sostenesse di non riscontrare elementi affascinanti nel pensiero di donne del calibro di Frances Willard.
E ritenendo la guerra al meretricio un valore sacrosanto, una posizione che tracci un distanziamento netto tra la sua persona e sedicenti coach della seduzione, bomberoni che “aiuto le feminazi antisesso!” elogiatori del diritto di far carriera spogliandosi, tutte categorie che mi vengono in mente nello stesso momento in cui penso ad un possibile movimento antifemminista italico, non posso che augurarmi che un’alternativa a ciò che oggi viene definito “femminismo” emerga recuperando questioni che non sono affatto superate.
L’industria a luci rosse del resto fattura miliardi, la mercificazione dei corpi ha raggiunto livelli sconosciuti alla memorialistica umana, il confine tra bambine e adolescenti a 50 anni dalla “rivoluzione sessuale” sembra restringersi sempre di più in questo occidente presuntamente progredito.
Inoltre, floride realtà come la Susan B. Anthony List, Feminists for Life e New Wave Feminists operano tutt’oggi.

Confidiamo allora che le donne di buona volontà costruiscano un discorso sulla questione femminile solido e coerente con la verità morale che deve guidare ogni autentica critica sociale.
Ridiano voce a quella “prima ondata” che voleva inquadrare la partecipazione politica della donna in uno spazio eminentemente femminile senza cercare la promiscuità dialettica con ciò che femminile non è; contrastate la narrazione venerea dell’essere donna (e che quindi, vuoi o non vuoi, deve sempre tornare alla dimensione erotica dell’orgoglio curvy, del sentirsi “a proprio agio” con il proprio corpo, di utilizzarsi a proprio piacimento disconoscendo alla base ogni prospettiva di edificazione etica del lavoro e della vita sociale), riaffermate quel culto civico di Vesta che è vissuto per secoli nel silenzio della cronaca urbana tra contadine, artigiane, anziane di paese che hanno effettivamente costruito la civiltà europea affermandosi nel lavoro in quei luoghi di profonda cultura, forza e vitalità che sono stati i focolari.

E che Dorothy Day e Frances Willard siano con loro!

di Lorenzo Roselli

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto