Bergamo e il triste anniversario del covid 19

Il gran solenne calendario liturgico di Stato prevede di celebrare oggi, con i dovuti omaggi e ossequi, il primo anno trascorso da quella macabra sfilata di autocarri militari per le strade di Bergamo, allora la Cernobyl italiana dell’epidemia virale appena scoppiata, assurta da quella sera a simbolo del dramma dentro cui un’intera nazione era piombata quasi d’un colpo. L’altra “data simbolo” è il 30 gennaio, allorchè due turisti provenienti dalla Cina risultarono positivi a Roma. E poi il 21 febbraio, con il primo focolaio segnalato a Codogno, fino a quel momento celebre per via del fatto che ci abitasse…la gente del posto. E poi il giorno dopo, il 22, con i primi decessi registrati ancora nel lodigiano e a Vo’ Euganeo, paesino veneto anch’esso celebre per gli stessi motivi di Codogno. Date, simboli, date-simbolo. Simboli come realtà fuggevoli, ai quali gli uomini conferiscono potere, in quanto da solo un simbolo sarebbe del tutto privo di significato. Soprattutto si tratta di “realtà interiori” (Jane Roberts) manipolate, per l’appunto. E quindi in che maniera queste date, le quali null’altro ci rammentano che il dolore della perdita e l’inquietudine di un presente che sembra il passato, sono divenute simboli? Sono simboli, sempre secondo quanto dettato dal calendario liturgico redatto dal Grand’Uffizio Laico dell’italica Repubblica, anche il 25 aprile, il quale ci ricorda una libertà che oggi parrebbe perlomeno beffardo anche soltanto intenderla così come la intesero tra le macerie (umane prima che materiali) di 70 anni fa; anche il 2 giugno, di cui tutti prima che ci pensasse Ciampi ignoravano cosa e come; anche il 17 marzo, perbacco!, celebrato più dal sito internet del Quirinale che dal resto, cioè tutto il resto, del Paese (non importa se “reale” o “ufficiale”); anche…il 18 marzo. Sì, quel lugubre corteo di convogli militari (in foto) può assurgere a ragione a “simbolo” del presente nostro. Ma è il simbolo della nostra assuefazione al dolore, con maestria quasi orgasmica guidato da media intenti a far sì che tutto questo non si affievolisca, non conosca fine. E’ l’abitudine passiva, mutuata da certa morale da chierici, a vedere normalità laddove vi sono passanti trasformati in passanti mascherati, ritualità ossessive nell’abluzione sanificatrice, compressione delle energie vitali in aggressività claustrofobiche ecc. Tutto è accettato, o comunque vissuto con rassegnata passività. Della libertà, e dell’anelito naturale ad essa di ogni uomo possiamo oggi solennemente celebrare le esequie. Il rigore, lo zelo, la teutonica disciplina, estranea allo spirito latino, con cui queste genti hanno subito una generalizzata semidetenzione domiciliare non è spiegabile se non nella misura in cui la nostra imperfetta natura riesce meglio ad addormentare la ragione che frenare l’emotività.

Oggi, tutt’al più, possiamo rammemorare un anno di mascherine, di distanziamento (che prima era sociale, ora l’aggettivo è curiosamente scomparso. Fateci caso), di regole ideate per essere violate e di protocolli medici messi a punto da starlette col camice, di restacasismo come dimensione di vita, di movimenti prima negati poi limitati poi ancora negati ma comunque sempre sorvegliati, di comportamenti e abitudini “fortemente sconsigliati”, di paura presto tramutatasi in isteria collettiva dove l’ultimo aggredisce il penultimo. Un anno di nuove abitudini. Che a molti piacciono.

Il dottor Johnson diceva che le catene dell’abitudine sono troppo leggere per essere avvertite, finchè non diventano troppo pesanti per essere spezzate. E lui sapeva bene, grazie all’uso sapiente delle parole, quanto la nostra natura sia capace di adattarsi a tutto, in presenza di un mutamento che avviene in modo graduale.

Ecco, ora guardate quei convogli militari di quella sera, lontana ma così vicina. Guardate bene, e dite se in uno di quei camion, lontana dai riflettori del gran circo che proprio in quei giorni batteva le sue terroristiche grancasse, vi capiti anche di scorgere gli ultimi residuali frammenti di libertà (e coscienza) dei quali oggi non si parlerà.

di Gianluca Kamal

Redazione

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