Con la pandemia l’Occidente si scopre “vuoto” e mortale

Molte sono le considerazioni sociologiche ed antropologiche che si possono fare dopo un anno di “emergenza” pandemica, tuttavia la più interessante di tutte – a mio sommesso giudizio – è quella relativa alla scoperta dell’acqua calda. Ebbene sì, le ricche e grasse – in verità più grasse che ricche ormai – società occidentali sull’onda della paura generata dal Coronavirus sono state costrette a fare i conti con un dato tanto elementare quanto misconosciuto: gli esseri umani muoiono.

Di Coronavirus, d’infarto, per incidenti stradali, di morte violenta, di cancro, silenziosamente nel sonno, per una semplice caduta in casa. Insomma per mille cause ed in mille modi diversi, alcuni “banalmente” normali, altri apparentemente incredibili, qualcuno davvero improbabile, persino comico. L’esito, tuttavia, è sempre lo stesso: un “click” ed il nostro personale interruttore si spegne: il nulla eterno per chi è privo di una visione trascendente, l’inizio di un diverso ed insondabile percorso per chi ha una visione in senso lato religiosa dell’esistenza.

Differenze che, tuttavia, non incidono sul dato di fondo: l’uomo è mortale. Una morte in passato esibita, ritualizzata, infine accettata – indimenticabili gli studi in merito di Di Nola, una pietra miliare dell’antropologia -, oggi invece sempre più nascosta, relegata nella dimensione asettica di un ospedale o di una casa di riposo, marginalizzata fino ad essere infine rimossa dalla quotidianità delle società occidentali. Salvo che nella sua esibizione più spettacolare: film e serie tv in cui morti ammazzati in maniera efferata vengono analizzati nel più minimo dettaglio non sono più appannaggio della fascia protetta, ma impazzano anche nel preserale. Spettacolarità che però, proprio per la sua eccezionalità, finisce per relegare l’evento morte fuori dall’esperienza comune dell’individuo. In definitiva a quanti sarà mai capitato di imbattersi in un cadavere nelle condizioni di quelli che finiscono sotto la lente d’ingrandimento degli esperti di Csi?

Lungi da me l’intenzione di dilungarmi sul tema della rimozione della morte dal quotidiano occidentale – altri e ben più qualificati autori ne hanno a lungo discusso -, mi limito a rilevare come ormai anche “gli addetti al settore” abbiano rinunciato quasi completamente ad occuparsi di questo tema: trovare un sacerdote che nella sua omelia si occupi del destino trascendente degli uomini piuttosto che di accoglienza e solidarietà è, oggi, una vera rarità. Del resto il ripiegamento sull’hic et nunc non ha risparmiato certo la Chiesa Cattolica, ormai sempre più simile ad un’associazione filantropica sul modello Rotary o Lions.

Tutto questo per arrivare al punto: come meravigliarsi se una società a cui ossessivamente è proposto il modello di un uomo ed una donna perennemente giovani e, ovviamente, in perfetta forma fisica – un po’ come quelle serie tv ambientate in California, dove non si trova una comparsa brutta neanche a cercarla con il lanternino – implode in una crisi psicologica e morale con pochi precedenti dinanzi alla pandemia? Una pandemia, si badi bene, fortunatamente ben diversa dalla peste manzoniana, anche se i media – prima o poi si aprirà una riflessione sul loro ruolo in questi mesi – non hanno mancato di evocare quelle atmosfere, ad esempio con la celebre sfilata di bare sugli autocarri dell’Esercito.

Come avrebbe potuto, del resto, reggere psicologicamente una società fondata sul “giovanilismo” dinanzi alla prospettiva della malattia e della morte tornate prepotentemente sulla scena, a dispetto degli sforzi fatti negli ultimi decenni per relegarle dietro le quinte? Impossibile. Ecco il dilagare della fobia, gli appelli a “chiudere tutto”, la caccia ossessiva al podista solitario individuato come untore che minaccia la collettività, la delazione quale arma per difendersi dal contagio. Il tutto aggravato da una grande disperazione per l’esplodere di una crisi socio-economia questa sì reale e tangibile, benché colpevolmente sottostimata da molti. La pandemia, in buona sostanza, non ha mostrato soltanto le criticità di sistemi sanitari sottoposti ad anni di “razionalizzazioni”, ovvero di tagli selvaggi, ed i limiti strutturali di una Unione Europea che resta un ibrido di burocrazia e tecnicismo privo di sostanza politica, ma più di tutto ha messo a nudo il vuoto su cui si fonda una società che non è neanche più liquida, quanto piuttosto evaporata.

Una società che nella quasi totalità dei suoi componenti non riesce più a trovare un significato in esistenze sempre più comode, ma ormai prive di prospettive che non siano relative ad un godimento materiale da bruciare nel più breve tempo possibile. Ed anche tra chi – per sua stessa essenza – dovrebbe contribuire ad offrire una prospettiva che trascenda la mera materialità quotidiana durante la pandemia non si sono scorti, a differenza che nella Milano afflitta dalla peste, numerosi emuli di Carlo Borromeo: piuttosto tanti, forse troppi, sono stati gli esponenti del nuovo “clero giurato” ligi a chiusure e sospensioni dell’ufficio divino.

Clemente Ultimo

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