Elogio del signor Covid

Sì, d’accordo, è giunto da noi in sordina, quasi smorzato, “a poco a poco, e poi all’improvviso”, come scrive Hemingway in Fiesta. Si è fatto largo senza chiedere il permesso, forse qualcuno ne aveva avvertito la nebulosa presenza già diversi mesi prima che diventasse noto a tutti come il nemico numero 1, la Malattia del Millennio, il demonio travestito da…virus. Ma tant’è. Eppure, una volta fattosi largo tra le increspature di vite (le nostre, quelle di smaniosi occidentali a digiuno di guerre da 70 anni) già parecchio gracili e cagionevoli, questo Covid ha subito dato segno di eleganza e bon ton. Guardate come siamo cambiati grazie a lui.

Da quando c’è Lui, lavarsi le mani accompagna immancabilmente ogni nostro più piccolo gesto quotidiano: entriamo in un negozio e ci laviamo le mani (preoccupandoci di mostrare platealmente quanto sano e corretto sia questa ritrovata abitudine), usciamo dal negozio, lo stesso, e ci laviamo le mani, saliamo su un mezzo pubblico e tiriamo fuori la nostra confezioncina di gel igienizzante d’ordinanza, puliamo prima-durante-dopo qualunque cosa ci capiti di toccare, salutiamo (di gomito, ci mancherebbe!) e ci laviamo non sappiamo nemmeno bene noi cosa.

Da quando c’è Lui, siamo divenuti adepti fanatici del “culto della distanza”, che va ben oltre una scarna raccomandazione seppur “fortemente consigliata”. Sui mezzi pubblici, sui treni si lasciano scendere i passeggeri, e quando anche l’ultimo ha lasciato il convoglio devono passare minuti prima di scorgere il coraggioso che si decide alla salita, così che si abbia la certezza dell’assoluta rarefazione dell’aria circolante. Per le strade è uno spettacolo nello spettacolo: passanti che diventano elementi decorativi dei muri condominiali esterni nel terrore di sfiorare altri passanti, tentati suicidi in affannosi cambi di marciapiede, dialoghi possibili solo se coadiuvati da apparecchi acustici tanti sono i metri di separazione tra i coinvolti.

Da quando c’è Lui, rispettiamo la fila, qualunque fila, anche laddove non c’è; non concediamo millimetri di viso scoperti dalla mascherina (ci teniamo tutto dentro: aria nociva, gas, riflussi, rutti, alito del mattino senza dentifricio ecc…), ci proviamo la febbre in ogni luogo del mondo e del corpo: in fronte, ai polsi, sulle tempie; ci preoccupiamo della salute altrui come mai ci siamo sognati, sviluppando un senso civico e di appiccicosa fratellanza che per un attimo fa pensare all’esistenza di legami e relazioni tra le persone (!); guardiamo al nostro prossimo (quando ce ne ricordiamo) con strana empatia, cercando di restituire il predicato “condividere” al suo originario significato, ben lontano dal “postare” contenuti su un social.

E’ incredibile, siamo una comunità! Una comunità unita dalla paura, pessima consigliera in guerra come in pace. Nient’altro. A te, signor Covid, per averci messo a nudo, mostrando come le buone maniere quasi mai valgano i principi su cui pretendono di fondarsi. A te, signor Covid, per averci insegnato finalmente l’ossequio della legge, tanto più stretto e rigoroso quanto le catene che da soli ci mettiamo ai polsi.

A te, signor Covid, di tutto quello che ancora prometti. Gran mercè.

di Gianluca Kamal

Redazione

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