“Qui non si salva nessuno”, intervista all’autore

Si dice che il patimento è un fatto personale e che è così difficile stare nei panni degli altri con sincera empatia, specie se quei panni tocca invertirli tra uomini e donne. Marco Petrelli, invece, è riuscito nell’esperimento e ha dimostrato che può un uomo interagire, anche solo raccontandolo, col mondo femminile, purchè ne mantenga la sua componente degna e perciò archetipica, complessa e dunque non incasellabile, naturale e perciò sussistente di per sé, senza stampelle, senza facili morali e senza sproloqui cinematografici o giuridici.

In “Qui non si salva nessuno” di Edizioni Eclettica, il giornalista e fotoreporter Marco Petrelli concentra in 162 pagine cinque ritratti di donne così diverse eppure reali che viene naturale chiedergli come ci sia riuscito.

Marco, quanto è stato difficile per te calarti nel mondo femminile? E soprattutto: c’è bisogno di accortezze intellettuali per poterlo fare?

Non penso ci siano particolari competenze al di fuori dell’esperienza personale di ciascuno. Esperienza che ci ha mostrato come il mondo sia talvolta molto diverso da quello che stampa, televisione e social ci rappresentano. Ad esempio, che vuol dire “noi donne-voi uomini”? Se hai vissuto anche un solo giorno sulla Terra, sai benissimo che donne e uomini sono assolutamente diversi fra loro e pretendere una generalizzazione è deleterio, in primis per le donne stesse. Ho conosciuto donne che avrei seguito ovunque se me lo avessero chiesto, e persone che mi sono scivolate accanto. Sai cos’è stato singolare? Che le più straordinarie erano le più normali, anonime, discrete, silenziose… Mentre le più banali splendevano di mera appariscenza, rese interessanti dalla indubbia capacità di consegnare all’esterno un’immagine “vincente” di sé, per coprire un vuoto che emergeva di fronte alle piccole difficoltà che ogni giorno la vita pone sul nostro cammino. In altre parole: donne in pubblico e sui social, ma eterne adolescenti in crisi nella realtà.

Il sottotitolo del tuo libro è “Cinque storie di donne nell’inferno della guerra”. Una donna del 2021 vive quale inferno e combatte quali guerre?

Come l’uomo, la donna è afflitta da problemi quotidiani, magari diversi per percezione da quelli maschili, che affronta tuttavia nel medesimo modo: disperando e chiudendosi in se stessa/o o cercando di superarli con ottimismo e con determinazione. Tuttavia, se proprio vogliamo individuare un problema preciso del mondo femminile, beh, a mio modesto avviso, è l’idea di donna “venduta” dalla società. Media, cinema, letteratura propongono una estenuante (e non veritiera) celebrazione: “La donna salverà il mondo”, “la donna salverà il pianeta”, “la donna e la pace…”. Slogan vecchi di mezzo secolo, da eterni hippies con la testa negli Anni Sessanta, ma che trovano terreno fertile nell’epoca dei social, con la cultura ridotta ad un tweet, il desiderio di apparire in linea con i trend senza, talvolta, comprendere il vero significato delle cose. Sì, perché quello che noi chiamiamo femminismo ma che in realtà ne è solo una sua radicalizzazione (negli anni non sono mancate critiche da parte femminile nei confronti, ad esempio, del movimento #MeToo) porta in piazza una misandria che, vuoi per conformismo, vuoi per ingenuità, è associato alla lotta per la parità sessuale.

Possiamo davvero dire che tutte le donne siano uguali? Decisamente no: alcune avranno davvero le competenze e le capacità per cambiare il mondo; molte altre, accanto a molti altri uomini, saranno gente normale ma non per questo meno importante, impegnata nelle sfide di tutti i giorni, dal lavoro alla famiglia.

Poi ci sono quelle/i che… come dire senza diventare antipatici? Che respirano il tuo stesso ossigeno… ma che meritano comunque rispetto. Ecco, saper chiedere di dare rispetto è la chiave per costruire un equilibrio fra i generi, insieme alla capacità (e alla maturità) di sapersi assumere la responsabilità delle proprie azioni.

Parità di genere: c’è una narrativa infinita a riguardo. Ci è stato insegnato, a rigore e di recente, che una donna può fare tutto: il tuo racconto lo conferma comprendendo nel “tutto” anche la più tormentata delle esperienze e cioè quella bellica. Ma allora perché ancora ne parliamo? Quali sono i rischi di un’eccessiva enfatizzazione sulla parità di genere?

Nel 1959, in “Fanteria dello Spazio”, Robert Heinlein raccontò la distopia di un mondo governato da una Federazione nella quale ogni diritto civile è garantito. Qualunque esso sia, è garantito. I diritti politici si guadagnano invece prestando servizio per la Federazione e vale per tutti: uomini e donne che sudano, lavorano, lottano, combattono, muoiono senza alcuna differenza né favoritismo. Non cadono elementi come la femminilità, la sessualità, il fascino, ma cadono solo quegli schematismi che, per paradosso, nella nostra società reale, libera e paritaria, impediscono una vera… parità. E se nel romanzo i diritti sono affiancati al senso del dovere verso la collettività, accade invece che proprio nel nostro universo i diritti siano dati per scontati e il dovere sia qualcosa di opzionale.

Ritengo che per alcune donne la piena parità rappresenterebbe un traguardo importante ed il riconoscimento del loro impegno e della loro forza sarebbe auspicabile; per altre invece – e qui rischio di diventare davvero antipatico – vorrebbe dire perdere una posizione privilegiata: più diritti, come accennato, significa anche più doveri.

Immagina se, in un sistema di perfetta parità, un padre, impossibilitato a vedere i figli, trascinasse in tribunale la sua ex moglie rancorosa ed ottenesse giustizia… O se, a fronte di un comportamento scorretto e ad insulti indicibili ricevuti dalla compagna, dalla moglie o dalla collega di lavoro, un uomo dovesse risponderle “va bene, ci vediamo di sotto”… Alcune donne accetterebbero la sfida, e magari, te le suonerebbero pure. Molte altre, però, punterebbero penso ad un auto-compiacente vittimismo. La violenza, certo, è sempre condannabile e mai risolutiva…tuttavia i due esempi riportati sono alcune delle situazioni che un uomo, spesso, si ritrova a dover affrontare ottenendo molto raramente ragione. E non parlo degli uomini violenti (vero cancro del nostro genere) ma di quelli “normali”, onesti e costretti a sopportare in silenzio.

Cinque donne sono le protagoniste del racconto, la dedica è a due donne, una donna è la curatrice della prefazione. Mi parli di almeno una di loro?

La vicenda di Maria Cristina Luinetti (cui è in parte ispirata una delle protagoniste) l’ho conosciuta quasi per caso: svolgevo una piccola ricerca sulle infermiere volontarie nei teatri operativi e scoprii la storia di questa giovanissima infermiera di Cesate: prima donna in uniforme a cadere in servizio nel corso della già dura e drammatica missione internazionale in Somalia, per la quale l’Italia ha versato un elevato tributo di sangue.

Di Maria Cristina mi ha colpito il volto solare, l’espressione quasi timida da ragazza acqua e sapone come le tante incontrate nei corridoi a scuola, nelle aule delle università, in metropolitana. Una persona normale diventata speciale perché, ventenne, ha scelto l’impegno con le Infermiere volontarie (donne straordinarie) facendo il suo dovere fino all’ultimo.

L’altra dedica è al Capitano pilota Valentini, vittima dell’Incidente di Ascoli che coinvolse due Tornado dell’Aeronautica Militare nell’agosto 2014. Ricordo che all’epoca dei fatti ero nelle Marche, attendevo l’uscita del mio primo libro quando arrivò la notizia della tragedia. Osservando i volti dei quattro militari caduti, mi colpì l’espressione fiera, da donna tosta, di Valentini coniugata alla sua bellezza, esaltata da uno sguardo acuto e penetrante. A lei è ispirato l’ultimo racconto che, come gli altri quattro, vuole anche tenere viva la memoria di luoghi, persone, situazioni che la società tende a dimenticare troppo in fretta.

Il personaggio di Vittoria Greco ha molto di Mariangela Valentini…

La prefazione è stata affidata ad una persona che – è il caso di dirlo – è un po’ speciale nel suo genere: tanti anni fa ed in un contesto diverso da quello odierno intravide il suo cammino. Ci ha creduto, ha superato le difficoltà, lo ha raggiunto. E come lei, poi, tante altre. Ecco perché non mi piace sentire dire “le donne sono” e, ne sono certo, non piace manco a loro!

di Elena Caracciolo

Redazione

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