Congo, dalle bande dei ribelli alle frange islamiste dell’Isis

Diciamoci la verità. Pensavamo di non dover più vedere una bara avvolta dalla Bandiera Tricolore (in foto) scendere dal freddo ventre di un velivolo da trasporto dell’Aeronautica Militare. Di non dover più assistere alle strazianti scene di un Presidente che, a capo chino, poggiava le proprie mani su bare di legno scortate da un picchetto armato, tra le lacrime e il dolore di familiari, di mogli, fidanzate, figli, padri e madri. Diciamoci la verità una volta tanto: eravamo sotto anestesia, noi Italiani, mentre tutto attorno a noi andava a fuoco. Non un fuoco metaforico, intangibile, aleatorio. Un fuoco vero. Quello delle bombe, delle esplosioni. Perché se era dal giugno 2013 che non restava ucciso un militare italiano in un agguato da qualche parte del mondo, tanti altri avevano perso la vita, chi per incidenti, chi per cause naturali. Ma quelle morti, spesso, non arrivavano neanche agli organi di stampa, figurarsi nei telegiornali in prima serata o sui quotidiani del mattino.

L’8 giugno 2013, nei pressi di Farah (Afghanistan), il Capitano Giuseppe La Rosa rimaneva ucciso dallo scoppio di una bomba a mano lanciata da quello che fu poi definito un terrorista, un fondamentalista islamico. E pochi giorni dopo, il 23, la Funzionaria delle Nazioni Unite Barbara De Anna decedeva in un ospedale in Germania dopo essere rimasta gravemente ferita in un attentato nel maggio precedente nella Capitale Kabul. Da allora più niente. E ci siamo anestetizzati.

Nel frattempo però, nei luoghi più sperduti del pianeta, tra i deserti e le montagne dell’Afghanistan, le giungle del Mali, le sabbie dell’Iraq e del Libano, le vallate dei Balcani, i soldati italiani hanno continuato a combattere, a sparare, a sentirsi fischiare sopra la testa l’inconfondibile sibilo delle pallottole o dei colpi di mortaio in arrivo.

E anche qui le televisioni ne hanno parlato poco o nulla. Eppure basterebbe ricercare tra gli atti pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale tutti quei decreti a firma del Presidente della Repubblica e del Ministero della Difesa per la concessione di onorificenze e medaglie al personale militare per scoprire che si continuava a combattere.

Fa un certo effetto leggere, ad esempio, che nel gennaio 2014 a Shindand (Afghanistan) un pilota di elicottero dell’Esercito Italiano riusciva a mettere in salvo un distaccamento di forze speciali italiane e afghane rimaste coinvolte in un duro scontro a fuoco in cui il velivolo stesso rimase gravemente danneggiato. O che nel gennaio 2019, sempre in Afghanistan, una pattuglia italiana è stata attaccata con armi automatiche e razzi anticarro e solo grazie alla pronta reazione del mitragliere di uno dei veicoli blindati poté essere posta in sicurezza l’intera area. E poco dopo, nel settembre 2019, a Herat una pattuglia di Lagunari veniva fatta oggetto di una violenta azione di fuoco da parte di alcuni individui con indosso le divise dell’Esercito Afghano. Anche dopo i tragici fatti del giugno 2013 dunque si combatteva. E si combatte ancora oggi.

Quando, il 2 luglio 1993, i soldati italiani dovettero lamentare tre morti in Somalia, qualcuno disse che si era rotto l’incantesimo. Si è rotto nuovamente il 22 febbraio 2021. Come un fulmine a ciel sereno è infatti giunta in Italia la drammatica notizia dell’uccisione dell’Ambasciatore Luca Attanasio e del Carabiniere Vittorio Iacovacci in un villaggio del Congo, martoriato e diviso da una strisciante guerra civile in cui gruppi eterogenei, diversi e divisi tra loro, con idee e ideologie nettamente in contrasto, si contendono un territorio tra i più straziati del pianeta.

Un territorio in cui il legittimo Governo stenta a mantenere il controllo, nonostante la presenza dei Caschi Blu delle Nazioni Unite. Ma a cadere non sono stati soltanto i due Italiani: a rimanere ucciso è stato anche Mustafa Milambo, congolese, una vita spesa per la sua Africa, per il suo Congo e la sua gente, assieme agli inviati delle Nazioni Unite del Programma Alimentare Mondiale.

Sulla loro strada, forse, hanno trovato i miliziani del DFLR (Democratic Forces for the Liberation of Rwanda), operanti proprio nei pressi della regione di Goma, lungo un confine insanguinato da quasi trent’anni di eccidi, massacri e violenze. O forse quelli dell’ADF (Allied Democratic Forces), islamisti ugandesi, sospettati di essere legati ad un doppio filo alle milizie di Al Shabaab e a Daesh, che proprio nella disperazione di un intero territorio trovano la linfa vitale per attecchire. O chissà, possono anche essere stati i rivoluzionari del gruppo M23, per la maggior parte di etnia Tutsi, opposti agli Hutu del DFLR, anch’essi stanziati tra Goma e il Lago Kivu, tra Rwanda, Uganda e lo stesso Congo.

Secondo le Nazioni Unite sono almeno una quarantina i gruppi armati, rivoluzionari, secessionisti e terroristi che operano nella Repubblica Democratica del Congo. E a niente, pare, sembra siano servite le numerose missioni invocate proprio dal Consiglio di Sicurezza ONU: ogni tanto qualche signorotto locale della guerra finisce davanti al tribunale internazionale, ma solo perché un altro, più potente, meglio armato, maggiormente appoggiato dalle bande ribelli (e spesso da fiumi di denaro straniero), ha preso il suo posto.

La sostanza però non cambia. Sebbene dal 2003 nella Repubblica Democratica del Congo siano presenti quasi 18.000 Caschi Blu, questi, impossibilitati a frapporsi alle milizie, hanno visto il Paese sprofondare inesorabilmente nel caos più totale e nell’anarchia, in cui l’unico obiettivo delle diverse fazioni resta la spartizione delle risorse del sottosuolo presenti nella parte nord-orientale del Paese. Proprio dove Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustafa Milambo si trovavano a transitare, a bordo di un convoglio di bianche autovetture con sopra raffigurate e ben visibili le iniziali delle Nazioni Unite.

Un luogo in cui le stesse forze dell’ONU esitano ad avventurarsi. Un luogo, ancora, in cui oltre alle rivendicazioni nazionaliste dei vari gruppi si è insediato un nemico ancora più subdolo, mascherato, fino a oggi latente ma pronto ad esplodere con tutta la sua violenza: il fondamentalismo dell’ISIS, che ormai ha travalicato i confini dell’Iraq e della Siria. E ha attecchito dapprima in Somalia e nel Kenya con le milizie di Al Shabaab, poi è arrivato in Mali, in Niger e Nigeria con i miliziani di Boko Haram, nella divisa Libia e infine nel Congo.

Nel luglio 2020, proprio qui, una pattuglia di Caschi Blu della MONUSCO – missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo, la stessa in cui erano impegnati Attanasio e Iacovacci – venne attaccata dai ribelli dell’ADF vicino Makisabo, nel Nord Kivu. Rimase ucciso un soldato indonesiano della forza di pace: qualche giorno dopo, giunse la rivendicazione da parte dell’ISCAP (Islamic State Central African Province), la frangia dell’ISIS dilagata proprio nell’Africa Centro-Equatoriale.

Poi attacchi sempre più coordinati, mirati e mortali. Come quello del 21 febbraio scorso. Come quello in cui Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustafa Milambo hanno trovato la morte. Perché anche un assalto a scopo di rapimento rientra appieno nelle logiche del fondamentalismo: non solo attaccare per il mero scopo di uccidere, per portare la morte fin dentro le case. Ma anche per procacciarsi denaro grazie ai riscatti milionari, per poi finanziare attentati, infiltrazioni, proselitismi, nel cuore dell’Africa, del Medio Oriente e della stessa Europa.

Perché se una cosa ci ha insegnato l’ISIS, è la nuova realtà del jihadismo: non più una visione statica, ideologica, meramente religiosa, confinata ora in Afghanistan, ora in Iraq. Bensì una visione più ampia, transnazionale, capace di valicare i confini di Siria e Iraq, di autoproclamarsi Stato, Nazione e non più organizzazione come poteva essere la fu Al Qaida. Uno Stato, quello Islamico, capace (e lo abbiamo visto) di sostituirsi ai governi legittimamente insediati, di dare battaglia quanto un esercito regolare e addestrato (e anche meglio), di tenere sotto scacco forze armate siriane, francesi, russe, mentre, al contempo, organizzava azioni infide e terroristiche fin nel cuore dell’Europa. E per questo quanto accaduto in Congo non deve essere visto solo come un fatto territoriale, come l’ennesimo capitolo di un’infinita scia di sangue che si trascina ormai nella ex colonia belga fin dagli Anni Sessanta del Novecento, ma come una nuova azione di quella che tende sempre ad essere di più una lunga guerra asimmetrica, improvvisa e sanguinaria.

di Gabriele Bagnoli

Redazione

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