Voto femminile, l’avvenuta reintegra, come persona, della donna

Il decreto legislativo luogotenenziale 1° Febbraio 1945 n.23 (che entrava in vigore il 21 Febbraio 1945) sanciva l’estensione alle donne del diritto di voto.

Le donne votarono, per la prima volta, nelle elezioni amministrative del 1946 e nel Referendum del 2 Giugno dello stesso anno.

Una serie di passaggi e battaglie ha consentito quello che può, a rigor di logica filosofica, configurarsi come un atto di reintegrazione della donna alla persona.

Oltre al fine eminentemente pratico del voto e oltre al profilo sostanzialmente attinente alle pari opportunità, il voto alle donne ha infatti soprattutto una qualifica morale ed attiene pertanto all’ambito filosofico.

Rappresenta, cioè, la ferma volontà di lasciare da parte la frammentazione dualistica tra “maschile” e “femminile” e ricongiungere nella più ampia nozione di “persona” che, come tale, è persona-cittadino, persona-votante, persona-partecipativa o qualunque altra cosa voglia essere.

L’attentato ultracentenario compiuto per anni nei confronti della donna non è stato il trattarla come capro espiatorio di un genere immeritevole, ma quello, posto il suo genere, di escluderla dal più ampio concetto di “umanità tutta”.

Donna ha cioè significato “qualcosa di meno dell’umanità stessa”, che, come tale, comprende invece persone non ancora divise per sesso e tanto meno sottratte arbitrariamente dall’albo dei diritti.

Poter o non poter ricoprire un incarico, esprimere una preferenza, disporre di una concreta occasione, in ultima istanza scegliere: questo è mancato alle donne ed è mancato in nome di un vizio di contenuto e forma che ha ineluttabilmente portato ad un indebolimento per sottrazione del sistema totale.

Ma perché ribadire tutto questo?

Perché si assiste, oggi, al settantaseiesimo anniversario del decreto, ad un’inversione di tendenza che riabilita il dualismo uomo/donna e lo fa in nome del buonismo. Il proliferare di nozioni come “quote rosa” e “preferenza di genere nel voto” non fa infatti che riportare l’umanità alla sottrazione di cui sopra, con la sola differenza che ora “la forza è nelle donne”.

Donna è differenza qualitativa di fondo in merito alla possibilità di procreare, ma nella vita reale chiunque dovrebbe poter essere identificato nel più ampio concetto di persona che vale o non vale e che è diversa dall’animale per spirito e, in vari gradi, talento, autonomia, formazione e intelligenza.

Dire che “la donna vota in quanto cittadino” è l’esatto contrario del dire che “alla donna in quanto donna spetta il voto”. Nel primo caso la donna è parte imprescindibile di un tutto organico cui omogeneamente e giustamente vanno fornite garanzie, diritti e possibilità. Nel secondo caso, invece, la propedeuticità per genere condanna al vizio per cui “o vi è una qualche forma di superiorità della donna” o si dichiara apertamente il bisogno di una stampella per “manifesta inferiorità”: e si tratta, in entrambi i casi, di una deriva razzista.

Voltaire disse: “Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle”. Benissimo. È dunque il caso di non mettersi ad appiccare un nuovo incendio in nome delle vecchie streghe e pensare piuttosto a come agire nel mondo reale senza pozioni magiche ma con forza, merito e creatività.

di Elena Caracciolo

Redazione

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