E’ ancora rossa la neve del Cermis

Ventitré anni dopo la strage (nella foto tratta da skytg24), le famiglie delle venti vittime aspettano ancora che i colpevoli – marines che la giustizia americana ha assolto – chiedano loro scusa.

Danielle Groenleer aveva vent’anni ed era arrivata in Italia dalla cittadina olandese di Apeldoorn per trascorrere qualche giorno di vacanza sulla neve.

Il 3 febbraio 1998 si trovava, insieme ad un gruppo di turisti e all’uomo che manovrava l’impianto, a bordo della funivia che, da Cividale, li stava portando agli impianti sciistici del Cermis. All’arrivo mancava appena qualche centinaio di metri. Erano da poco passate le 15.

All’improvviso qualcosa tranciò di netto i cavi dell’impianto facendo precipitare, da un’altezza di oltre 100 metri, la cabina gialla piena di gente. Lo schianto, dopo un volo di sette secondi, fu terribile. Danielle morì quel pomeriggio, insieme ad altre 19 persone. La vittima più giovane era un ragazzino polacco di 14 anni, la più vecchia un’italiana di 61.

La ricostruzione dei fatti è nota: un caccia di nazionalità americana, decollato da Aviano per un’esercitazione, volando molto al di sotto della quota consentita e ad una velocità eccessiva colpì, spezzandolo, il cavo della funivia.

Nei giorni seguenti l’allora inquilino della Casa Bianca Bill Clinton si scusò ufficialmente e inviò l’ambasciatore Usa a Roma Thomas Foglietta a rendere omaggio alle vittime. Oltre a questo, venne manifestata la volontà di collaborare con gli inquirenti trentini che stavano indagando sull’accaduto (alla prontezza dei quali si deve peraltro la verità: furono loro, infatti, a disporre il sequestro del caccia Nato – sul quale venne rinvenuta parte del cavo della funivia – poco prima che fosse riparato, con conseguente cancellazione di ogni traccia).

Mosse tattiche, quelle di Washington, per smorzare la tensione attorno alle basi in Italia, che tra l’altro poco più di un anno dopo vennero utilizzate per dare il via ai bombardamenti in Kosovo e Serbia? Forse. Resta comunque il fatto che si riuscì nell’intento di prendere tempo. Tempo per rimpatriare i quattro marines a bordo del “jet assassino” (il pilota e comandante dell’aereo Richard Ashby, il navigatore Joseph Schweitzer e i due addetti ai sistemi di guerra elettronica William Raney e Chandler Seagraves, che sedevano dietro) e processarli “in territorio amico”.

E processo fu. Ma con risultati tutt’altro che soddisfacenti.

Questo quanto accadde ai responsabili della strage del Cermis (strage sì, anche se il “politicamente corretto” l’ha derubricata a semplice “incidente”): i due che non erano ai comandi furono assolti dall’accusa di omicidio colposo plurimo e hanno potuto proseguire la loro carriera di volo; quanto invece a pilota e co-pilota, che tra l’altro avevano distrutto un video del volo (forse ripreso per immortalare su pellicola le immagini dei bellissimi paesaggi locali) vennero condannati, ma non per omicidio. Al primo furono fin troppo benevolmente comminati sei mesi di carcere per “distruzione” di prove (ne sconterà meno di cinque) e l’espulsione con disonore dal Corpo dei marines; al secondo – che aveva ammesso di aver bruciato il filmato – solo l’espulsione.

Ashby e Schweitzer, per riconquistarsi i benefici economici connessi all’appartenenza ai marines, hanno poi impugnato la sentenza (che è stata però confermata dalla Corte d’Appello), affermando che accusa e difesa avessero stretto un patto segreto per far cadere l’omicidio plurimo ma di aver mantenuto l’intralcio alla giustizia, forse per soddisfare pressioni provenienti dall’Italia. Da carnefici a vittime insomma. Alla faccia dell’arroganza impunita…

Quattordici anni dopo quel 3 febbraio 1998, insieme agli amici dell’Associazione Sobieski di Arco, sono andata sul Cermis a deporre un mazzo di fiori presso il cippo in memoria delle venti vittime. Mentre, in silenzio, stavamo sistemando il nostro piccolo omaggio, si è avvicinata a noi una coppia piuttosto anziana. Avevano anche loro tra le mani dei fiori, che hanno appoggiato accanto ai nostri. Poi, silenziosamente e tenendosi per mano, hanno iniziato a scorrere l’elenco dei nomi incisi sulla lapide. Il loro sguardo si è fermato su quello di Danielle. “E’ nostra figlia” ci hanno detto. Ed hanno aggiunto, con dignitosa commozione: “Finché potremo, ogni 3 febbraio verremo qui a portarle un fiore. Grazie per averlo fatto anche voi”.

Quel “Grazie” mi risuona ancora nelle orecchie. Come un monito a non dimenticare. Come uno stimolo a chiedere – anzi a pretendere – memoria e giustizia. Per Danielle e per le altre vittime, il cui sangue arrossa ancora la neve del Cermis.

di Cristina Di Giorgi

Redazione

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