L’Eurafrica di Giuseppe De Michelis: cooperazione e sviluppo nel Continente nero

Nel quadro ampio della letteratura coeva dell’Italia fascista sulle questioni africane, un posto d’onore per le teorie innovative, per la capacità di “immaginare” oltre che di prevedere il futuro delle relazioni tra Europa ed Africa, spetta senza ombra di dubbio al – purtroppo oggi dimenticato – diplomatico, senatore del Regno e presidente delle Conferenze sul Lavoro di Ginevra Giuseppe De Michelis.

Facendo propri i motivi ideali (colonizzazione “romana” e primato italiano) e politico-strategici del primo colonialismo italiano d’epoca post-risorgimentale e liberale, De Michelis assunse, nel pieno della maturità politico-ideologica del fascismo-regime, una posizione innovatrice che legava a doppio filo l’opera di colonizzazione civilizzatrice di Italo Balbo in Libia, le aspirazioni d’espansione economica nell’appena costituita Africa Orientale Italiana e le necessità commerciali e demografiche dei “popoli giovani” nel Continente nero.

Se Renzo De Felice fa coincidere la fase del regime mussoliniano successiva alla conquista dell’Impero ad un’epoca di sostanziale stagnazione sia nella politica che nell’elaborazione ideologica, culturale e scientifica – ma il legame tra questi tre termini in un regime con aspirazioni totalitarie non deve sorprendere – è anche vero che nel campo degli studi coloniali si assiste ad un fattore inverso che, appunto, partendo dall’esperienza sul campo di uomini come Balbo, determina nuove impostazioni di pensiero ed azione e s’apre a nuove idee.

In un lungo articolo pubblicato sulla “Rassegna economica dell’Africa Italiana” (n. 6, giugno 1939, pp. 655-662) intitolato “Imperialismo coloniale e colonizzazione demografica”, De Michelis traccia un bilancio sui risultati raggiunti dall’opera degli italiani e degli occidentali in Africa fino a quel momento ed azzarda qualche previsione sul futuro. Constatando che la teoria ricardiana della rendita delle colture, «secondo la quale la coltivazione passerebbe via via dalle terre più fertili alle meno produttive», sia irrimediabilmente errata e che «dopo tanto progresso di civiltà scientifica […] intere distese di terra giacciano deserte […] e che grandi masse di uomini non trovino modo di assicurarsi sulla loro terra quanto è indispensabile per la propria vita», De Michelis passa a parlare di “collaborazione economica eurafricana“.

Questa collaborazione è necessaria in quanto, se l’occupazione coloniale europea è in gran parte ridotta a livello politico e geografico, l’Africa dovrebbe essere «campo d’azione coordinata e di applicazione sistematica delle forze demografiche, economiche, morali ed intellettive» degli europei così da poterne valorizzare il suo potenziale quale immenso serbatoio di ricchezza aperto all’avvaloramento agricolo e commerciale. Rafforzare il legame con l’Africa e garantirne lo sviluppo è necessario, secondo De Michelis, per il potenziamento e l’integrazione dell’economia europea. Ricollegandosi all’operato dei coloni italiani in Libia ed AOI, di cui fornisce cifre e dati, De Michelis evidenzia come, in un mondo nel quale si rafforzano i concetti della libera circolazione di merci e persone, non possa restare insoluto il problema dello sviluppo economico dell’Africa.

Vista la vicinanza, anche geografica, dell’Africa al Vecchio Continente, essa «è – e non può non essere – riconosciuta come strettamente complementare dell’Europa» ed è per questo che De Michelis – primo tra gli esperti italiani di questioni coloniali – conia il termine Eurafrica per definire quello che è il “problema principe” dell’integrazione tra questi due blocchi di terra divisi dal Mediterraneo. Le perdite economiche subite dalle potenze europee nel ventennio 1919-1939 sui mercati asiatici e l’espansionismo economico statunitense nelle Americhe, avevano dimostrato secondo il diplomatico italiano che solo l’Africa, attraverso una «giusta economica distribuzione», potesse assurgere a punto di riferimento commerciale per gli Stati con possedimenti d’oltremare.

Si sbaglierebbe tuttavia a pensare che dietro le riflessioni del De Michelis vi fossero solo interessi di natura economica ed, in ultima analisi, imperialistica. L’integrazione delle popolazioni autoctone nei meccanismi giuridici e produttivi della metropoli era l’unico strumento adatto per affrontare i problemi di natura economica connessi allo sviluppo dell’Africa: «La recente immigrazione in Libia di una massa di circa duemila famiglie di contadini italiani e l’inclusione della regione nel territorio italiano (concessione degli Statuti ed integrazione del territorio al Regno d’Italia, ndr), prima dal lato agricolo ed economico e poi giuridico, è il solo esempio di grande spostamento in massa di lavoratori e di incivilimento, compiuto dall’Europa verso l’Africa, e per di più in un momento di asprezza dei rapporti internazionali», mentre per quel che riguarda l’AOI, «la colonia di popolamento, qual è oggi l’Etiopia, diverrà quindi di espansione economica e civile […]. Migliaia di chilometri di strade […] sono state intanto costruite, superando difficoltà tecniche e naturali non lievi, pur di tener conto delle direttrici fondamentali dei traffici. La costruzione del porto di Assab, della strada Assab-Combolcià (Dessiè), insieme al potenziamento delle diverse rade e dei porti dell’Oceano Indiano, con Massaua sul Mar Rosso, tutto l’insieme di opere tendenti per una estensione di migliaia di chilometri a creare sufficiente sfogo ad un immenso paese in movimento verso la civiltà, ha valore, non solo nazionale, ma internazionale».

Per De Michelis la Libia e l’AOI, guidate da politici illuminati come Italo Balbo ed Amedeo di Savoia-Aosta, erano esempi lampanti dell’impegno che gli europei avrebbero dovuto profondere nello sviluppo dell’Africa, andando ben oltre gli «sterili esempi di colonizzazione» meramente sfruttatrice dei francesi e dei britannici e compiendo una vera e propria opera di civilizzazione. E se l’idea di “civilizzazione” ben poco si distacca dai canoni dell’ideologia coloniale classica, è anche vero che De Michelis è il primo ad immaginare – agli albori del confronto geopolitico tra blocchi imperiali continentali – una cooperazione tra Europa ed Africa.

di Filippo Del Monte

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto