Penny Dreadful City of Angels: un’occasione sprecata

La mania dei sequel (anche a distanza di anni dal successo originario) ha contagiato, insieme al mondo del cinema anche quello delle serie tv. Così alla riproposizione senza senso di serie cult a decenni dalla chiusura, impossibilitate a raccontare e comprendere alla stessa maniera di quanto fatto in precedenza generazioni e società in continuo mutamento si affiancano sempre più gli spin-off.

Oltre a quelli che mettono in risalto protagonisti apparsi come semplici comprimari nel telefilm di provenienza vi è un altro esperimento sempre più utilizzato dall’industria statunitense: lo spin-off il cui collegamento è dato solo dal titolo e dal genere ma con cambio integrale di cast, geografia ed epoca storica. In pratica uno sfruttamento dettato dal marketing per accreditare in anticipo sull’uscita il prodotto agli occhi degli spettatori.

Un rischio, se non enorme, quantomeno maggiore rispetto a quanto visto finora e che se in alcuni casi può tenere incollati allo schermo alla stessa maniera gli appassionati del genere (vedi Narcos: Messico) non sembra aver funzionato per l’attesissimo Penny Dreadful: City of Angels.

Spin-off del british Penny Dreadful abbeveratosi alla fonte della narrativa horror ottocentesca e sagacemente ambientato proprio nella Londra vittoriana, l’originale imperversò per tre stagioni anche grazie ad un cast stellare che comprendeva, tra gli altri, Josh Hartnett ed Eva Green.

La sua variante californiana paga in primis proprio riguardo alle atmosfere con la soleggiata Los Angeles che mal si adatta alla rappresentazione tipica del fantasy e dell’orrore di sapore autunnale. L’aspetto peggiore, però, è quello relativo alla trama che fa davvero acqua da tutte le parti. Non deve essere un caso che la serie che si proponeva di rilanciare Natalie Dormer, famosa per il ruolo di Anna Bolena ne I Tudors e le apparizioni ne Il trono di spade e i capitoli della saga Hunger games, abbia chiuso i battenti dopo una sola stagione.

Alla fine degli anni Trenta del Novecento vengono proposti gli attuali problemi razziali degli Usa tra ispanici e bianchi, decisamente troppo in anticipo con i tempi, con tanto di venature nazional-socialiste pronte ad impossessarsi della costa occidentale del Paese nordamericano per volere di un Terzo Reich ancora non impegnato nella Seconda guerra mondiale. Se in Italia assistiamo ad un antifascismo fuori tempo massimo e in assenza di fascismo ben potremmo descrivere questo telefilm come antitrumpista in assenza di Trump dato che il magnate newyorkese non risiederà più alla Casa Bianca.

Un serio e vivo consiglio ai produttori cinematografici ci sentiamo di darlo: è ora di trovare nuovi cattivi e antagonisti, magari anche più realisti della solita banda hitleriana con il tarlo della conquista del mondo.

Luca Lezzi

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